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Dicono che domani ci sarà la guerra, il libro di Franco Arba

di Davide Batzella Letto 2.536 volte2

di Paolo Casti

dicono che domani ci sarà la guerra franco arba

Come con altri autori serramannesi, anche con Franco, ho avuto il piacere di poter fare uno scambio di libri; il suo mi è arrivato ieri (14 maggio n.d.r.) e seppure capitato in un periodo abbastanza denso di impegni non ho potuto resistere alla tentazione di prenderlo in mano e iniziare a leggerlo.

Alla fine, la lettura mi ha coinvolto così tanto che mi son ritrovato alla 248° pagina senza rendermene conto.

Già il prologo, in viene citato “il quaderno dalla copertina nera e il bordo dei fogli colorato di rosso” me l’ha fatto piacere… mio nonno ne aveva uno identico che conservo tutt’oggi.

Potremo definirlo un romanzo storico, giacché racconta di un periodo di tempo racchiuso dalle due grandi guerre passando per il periodo fascista, ma porta insite anche tematiche legate all’amore.

La trama è incentrata su Enrico, pastore, senza aver avuto la possibilità di seguire gli studi, che ad un certo punto della sua vita, viene chiamato alle armi, e deve andare a “sa gherra manna”. A tal proposito voglio sottolineare l’uso voluto di tante espressioni in sardo, che come tutti noi sappiamo rendono molto meglio l’idea quando si vuole affermare o esclamare qualcosa o esprimere un pensiero forte.

Come tutti i ragazzi che son dovuti partire a fare la guerra, anche Enrico, all’inizio dovrà fare i conti con il mondo che esiste fuori dai confini di tutto ciò che aveva fino ad allora conosciuto.

Più di ogni altra cosa, conoscerà però, la vita di trincea coi suoi selvaggi combattimenti ma anche gli aspetti positivi di una guerra, se così possono essere definiti, ovvero conosce la vera amicizia, quella che solo tra soldati che ogni giorno devono vendere cara la pelle può far nascere; vi è quindi una visione in un certo senso poetica della guerra che “è bella anche se fa male”.

Il racconto, molto accattivante e ben scritto  è incentrato  tra l’amore di Enrico per la sua amata Sardegna e quello per Paska, la donna di cui è innamorato e a cui ha dovuto rinunciare per servire quella Patria che lui nemmeno sapeva esistesse, a cui manda tantissime lettere dal fronte.

Quando Enrico torna dalla guerra, sarà un uomo, un uomo diverso però e avrà difficoltà a tornare a quella quotidianità che aveva dovuto lasciare e si renderà conto che la vita di tutti quelli che conosceva è comunque andata avanti anche senza di lui.

La guerra gli ha lasciato l’amaro in bocca (a lui come a tanti altri) e cerca “soddisfazione” in lotte che forse nemmeno sente sue appieno, cercando prima di identificarsi nelle idee del movimento dei combattenti sardi e poi dibattendosi tra sentimenti contrastanti circa l’ideologia fascista, dapprima abbracciata assieme agli ideali di eroici e di solidarietà conosciuti in trincea e gli atti vili conosciuti al suo ritorno.

Dice, o meglio scrive lo stesso Enrico: “in guerra ho imparato che un uomo deve sempre lottare per costruire la propria felicità e difendere la propria libertà”.

Suggestiva la struttura narrativa che se vogliamo ricalca quella dei romanzi epici in cui vi è il protagonista/eroe che deve conquistare la sua bella, e l’antagonista; in questo romanzo l’antagonista o se si vuole il cattivo, è ben rappresentato da “su malaittu”… ma non voglio togliere a chi leggerà il romanzo il piacere di scoprire tutte le vicende e le cose che si susseguono connotate da una precisa ambientazione e collocazione storica certamente supportata dalla cultura storica dell’autore e dai suoi studi accademici.

Seducente anche l’ambientazione a Serramanna, in cui in tanti si potranno facilmente immedesimare…

L’autore

Franco Arba è nato a Nuoro nel 1966, senza averci mai vissuto, ed è cresciuto a Serramanna.

Dopo il diploma lascia la Sardegna e trascorre lunghi anni in Inghilterra, poi Roma, Bologna e Milano, lavorando in ambito turistico e nell’import-export. Dopo la laurea in storia contemporanea e un master in archivistica e biblioteconomia decide di ritornare a vivere a Bologna dove mette su famiglia.

Attualmente lavora nel settore siderurgico.

Scrive da quando aveva sei anni, grazie ad una splendida maestra capace di stimolare la fantasia dei suoi alunni e Franco cominciò a immaginare storie di maghi, eroi e viaggi nel tempo e soprattutto seppe trasmettere l’amore per la nostra terra insegnandoci la Storia della Sardegna.

Come tanti, scriveva un diario, che aggiornava con pigrizia. A 30 anni smise di scrivere fino a quando trovandosi costretto dalla stesura della tesi di laurea si ritrovò di fronte ad una tastiera e soprattutto trovò il piacere di creare frasi, di trovare la parola giusta, prendere un concetto e trasformarlo a proprio beneficio.
Dice Franco stesso: “Dicono che domani ci sarà la guerra, è nato dalle ceneri di un racconto breve, scritto un’era fa. Quando la crisi finanziaria mondiale fece sentire i suoi malefici effetti anche a Bologna venni sottoposto a regime di cassa integrazione. Negato per i lavori manuali le lunghe settimane a mia disposizione le trascorsi riprendendo in mano quel breve racconto senza titolo e trasformandolo nel bozzone del romanzo ora in libreria. Non tutte le casse integrazioni vengono per nuocere”. [http://liberos.it/pagine/franco-arba/204]

Franco ha presentato il suo libro il 28 aprile scorso a Serramanna: clicca qui per leggere il resoconto della serata.

Un piccolo estratto del libro “Dicono che domani ci sarà la guerra”

(pubblicato su “L’Unione Sarda” di martedì 17 febbraio 2015)

Per gentile concessione della casa editrice LiberAria, dell’Agenzia Kalama e dell’autore pubblichiamo un estratto del nuovo romanzo.

Al mio paese si sapeva poco di quella guerra che si combatteva lontano. Solo i signori leggevano i giornali e ne parlavano tra di loro. Per i contadini, i pastori e i caprari, come mio padre, le notizie rimbalzavano di bocca in bocca. Si diceva che un principe sardo di nome Gavino avesse assassinato un cugino del nostro Re. Io non potevo credere che un sardo si fosse “macchiato di tale onta” – come diceva chi sapeva leggere bene – perché, pensavo allora, la Sardegna ama il suo Re e tutti i Savoia. La devozione dei sardi per la famiglia reale l’avevo scoperta da bambino quando, a casa dei signori Pateri, le tzaracasverniciarono tutti i mobili di nero.

– Poita seisi imbruttendi sa mobilia de sa domu?

– Poita anti boccìu su re e imoi seusu de lutu .

In quell’estate del 1900 avevano assassinato Umberto, il Re buono, e tutti noi dovevamo piangerlo. Dopo tanti anni, il figlio di quel Re, diventato anch’egli sovrano, ci chiese di andare alla guerra e io pensai che noi sardi avremmo dovuto fare di più per lavare l’onta di Gavino, principe di chissà cosa. La chiamata alla guerra rappresentava per me, soprattutto, la possibilità di fuggire dalla miseria di casa. Avevo otto anni quando mamma morì di malaria. Dopo solo sei mesi dalla sua morte babbo si era risposato con quella che io consideravo un’estranea. Diversamente da mio fratello Giovanni, non volevo quella donna in casa. Più grande di soli due anni, si comportava con me come un vice padre.

“ S’omini no poidit abbarrai a solu. Sesi comenti unu pippiu. Depisi crèsci, callonneddu ”.

Gridava sempre che babbo non poteva rimanere da solo e dovevo crescere, non solo di gambe. Non mi importava, non volevo quella donna in casa e per anni, sino alla partenza per il fronte, i miei dialoghi con lei si erano limitati a monosillabi: eja, no, boh, ita ‘ndi sciu eu .

Uno dopo l’altro erano nati Mario, Luciana e Virginia. La famiglia cresceva con la fame. Il pane non bastava mai e io, costretto da babbo ad abbandonare la scuola, dovevo stare dietro alle capre su per il monte. Per anni, tra una mungitura e una pastura, da quell’altezza guardavo verso il mare e mi dicevo che dall’altra parte c’era su continenti dove la gente mangiava sempre e non correva dietro agli animali. A Cagliari, il giorno dell’imbarco del mio reggimento, le dimostrazioni di giubilo e di patriottismo di centinaia di cittadini mi esaltarono. La convinzione di poter fare la mia parte per la grandezza della patria si univa all’entusiasmo per le nuove opportunità che la divisa mi avrebbe offerto.

Quel giorno conobbi chi aveva una visione più realistica della guerra e della vita: era un commilitone del mio stesso battaglione. Lo notai che sfogliava L’Unione Sarda. Mi misi alle sue spalle e lessi a fatica il titolo della prima pagina:

“Il Ministero Salandra-Sonnino si è dimesso”

Il soldato si accorse della mia presenza e, voltatosi, con un sorriso mi porse il giornale.

– Leggilo pure. Non volatilizzarti però, ché non l’ho finito. Io ritorno subito.

– Eh… ? Ah, grazie.

Per non apparire l’ignorante che sapevo di essere mi mostrai disinvolto e lo rassicurai dicendogli che l’avrei aspettato e non mi sarei mosso da quel punto. Potevo leggere tutto un giornale da solo, ma quanto ci avrei impiegato? Ero incuriosito da quel titolo ma avevo frequentato la scuola solo per due anni e facevo una grande fatica. Dovevo assemblare le parole, articolarle e scandirle a voce alta; non essendo capace di leggere con gli occhi lo sforzo diventava enorme perché c’era anche la vergogna di far sentire il mio balbettio ai tanti che affollavano la ban-18 china. Bisbigliando come in una litania ero appena riuscito a comprendere i primi passi dell’articolo – “La gravità e l’incertezza della situazione, L’agitazione di Montecitorio, Neutralisti e interventisti alle prese… ” – quando il soldato ritornò in compagnia di una ragazza e di una bambina.

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