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Giustino Pittau di Serramanna, caduto durante i fatti di Buggerru del 1904

di Davide Batzella Letto 3.941 volte0

di Paolo Casti

veduta di Buggerru

Nel 1867 alcuni deputati sardi si adoperarono per alleggerire le condizioni di miseria delle popolazioni dell’isola.

In seguito alla rivolta dell’aprile del 1868, de “su connottu”, a Nuoro, in seguito all’approvazione delle norme che prevedevano la privatizzazione dei beni demaniali, venne istituita una commissione parlamentare di inchiesta della quale faceva parte il deputato Quintino Sella.

Quintino Sella, ingegnere minerario, pubblicònel 1871 una relazione sulle condizioni dell’industria mineraria in Sardegna, che costituisce tuttora un documento di straordinaria importanza. Nel corso di un viaggio (durato 18 giorni), guidato dall’ingegnere Eugenio Marchese, direttore del distretto minerario della Sardegna, visitò le principali miniere e gli stabilimenti metallurgici dell’isola e evidenziò le disparità di trattamento economico tra i minatori sardi e quelli di altre regioni.

A Buggerru, nucleo abitativo composto da tuguri spesso cadenti con gli alloggi operai che salivano a schiere lungo il pendio, era allora un grosso borgo di circa novemila anime, circondato dalle miniere che si incuneavano profondamente nel fianco roccioso delle colline, dove tutto apparteneva alla società francese proprietaria del complesso minerario, la “Societé des mines de Malfidano” di Parigi, che proprio qui aveva la sua sede operativa.

Pozzi, laveria, officine, magazzini, scuola, case, persino la terra, sulla quale nessuno poteva nemmeno piantare un albero.

Alla società francese appartenevano anche gli uomini, sottoposti a condizioni di lavoro durissime.

I minatori a Buggerru erano più di duemila e ad essi si aggiungevano i fanciulli e le donne adibite alla selezione dei minerali.

I salari erano bassissimi: dalle 2 lire e 75 centesimi al giorno per gli armatori che lavoravano all’interno, agli 80 centesimi per le cernitici.

Buggerru era chiamata «petite Paris» (piccola Parigi), in quanto i dirigenti minerari che si erano trasferiti nel borgo minerario con le rispettive famiglie avevano ricreato un certo ambiente culturale, vi era un cinema, un teatro ed un circolo riservato alla ristretta élite dei dirigenti della società francese.

Vi faceva da contrappeso la folta schiera dei minatori che lavoravano in condizioni disumane, sottopagati e costretti a turni di lavoro massacranti, spesso vittime di incidenti mortali sul lavoro; pian piano i minatori si riunirono nella “Lega di resistenza di Buggerru” che partecipò con i suoi delegati al secondo congresso nazionale della Federazione dei minatori.

I dirigenti della “Lega di resistenza di Buggerru“ erano due socialisti militanti, un certo Giuseppe Cavallera e Alcibiade Battelli, che per cercare risposta all’incremento dei salari ed il miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro, attuarono un’ondata di scioperi che cominciò dai primi mesi del 1904.

Il 7 maggio si verificò l’ennesimo incidente sul lavoro, che costò la vita a quattro minatori.

La protesta si intensificò nel mese di settembre, a seguito di una circolare diramata il giorno 2 dall’ingegner Achille Georgiadés, dove si comunicava che, a partire dal giorno successivo, la pausa tra i due turni di lavoro, quello mattutino e quello pomeridiano, sarebbe stata ridotta di un’ora.

Gli operai che lavoravano all’esterno della miniera di Buggerru avevano due orari l’anno: uno estivo, l’altro invernale. L’orario estivo prevedeva un intervallo di tre ore a partire dalle undici fino alle quattordici ed era consuetudine che tal orario fosse applicato fino al 30 Settembre, motivato dalla calura estiva che metteva a dura prova la resistenza fisica dei lavoratori nei mesi in cui il sole era torrido.

Col primo di Ottobre veniva introdotto l’orario invernale che riduceva l’intervallo a due ore, dalle undici fino alle tredici.

La reazione fu immediata e molto dura; cominciò lo sciopero dei minatori. Il 2 Settembre, non ottemperando agli ordini, gli operai si presentarono alle quattordici, come di consueto.

Il direttore fu irritato da tanta disubbidienza e convocò, la sera, tutti i capi servizio, ai quali, deplorando il fatto, diede ordine che comunicassero a tutti i lavoratori che non ottemperando alle nuove disposizioni, sarebbero stati licenziati.

Il giorno 3, gli operai del cantiere di “PlanuSartu” uscirono alle undici gridando: «alle due…. alle due» .

Alle tredici suonò la sirena di ripresa del lavoro e in tutti i cantieri vi era una presenza massiccia degli operai, compreso “PlanuSartu”, ma alle tredici e trenta gli operai lasciarono i loro posti di lavoro e attraversando l’omonima galleria, invasero la strada ferrata proseguendo verso il cantiere di “Malfidano”.

Giunti al piazzale di Malfidano gli operai fecero smettere di lavorare i minatori e le cernitrici dall’esterno quindi fecero risalire i minatori dai pozzi, bloccando l’attività di oltre 600 persone.

La notizia fu rapidamente di pubblico dominio ed a maggior ragione giunse alla direzione che per prudenza fece uscire dal lavoro gli operai delle officine, laverie e ateliers.

Lo sciopero nacque spontaneo, improvvisato e un po’ disordinato perché non programmato dalla Lega dei minatori.

Il segretario della Lega, Alcibiade Battelli, era a letto ammalato e saputo dell’agitazione andò incontro ai minatori per raccomandare loro la calma e la serietà. Telegrafò subito a Carloforte a Giuseppe Cavallera che sabato 3 sera, giunse, quasi contemporaneamente al delegato di pubblica sicurezza Mario Maffei ed al sottotenente dei carabinieri Bitti.

Sia il Cavallera che il Battelli tennero conferenze invitando gli operai a restare calmi perché mantenendo un contegno dignitoso, potessero meglio far valere le loro ragioni ed i loro diritti.

Alle ventuno un’onda di operai si riversò nelle officine dove lavoravano gli operai di servizio ai forni rotativi e alle caldaie.

Minatori di Buggerru

Furono fatti spegnere i fuochi e uscire gli operai, quindi passarono all’officina elettrica con l’intento di togliere l’energia elettrica nella via principale del paese, negli uffici della direzione e nell’ospedaletto.

L’intervento dell’allora responsabile dell’officina elettrica ing. Natali, unitamente alla collaborazione di Battelli, ottenne che almeno il luogo di cura restasse illuminato.

Ci fu un secondo richiamo alla calma da parte di Cavallera, ma i più facinorosi ritornarono all’officina elettrica per far fermare l’ultima macchina.

Intanto il direttore della miniera aveva informato telegraficamente il prefetto di Cagliari di quanto accadeva.

La mattina del 4 Settembre, di buon’ora, arrivarono da Cagliari il sottoprefetto cav. Nicola Valle con un capitano dei carabinieri ed il capo del regio ufficio delle miniere, ing. Folco.

Il cav. Valle riunì una commissione operaia, capeggiata dal Cavallera e da Battelli che preparò un memoriale ed assieme al capitano dei carabinieri si recarono dal direttore per discutere e comporre la controversia.

Il direttore della miniera non si faceva commuovere né dalle minacce, né dalle preghiere dei minatori, né dai consigli delle autorità e, tergiversando, prendeva tempo adducendo motivi che lo legavano nelle decisioni ai consensi della direzione di Parigi.

Intanto, in quella tragica domenica, partivano col treno delle sei da Cagliari due compagnie di soldati del 42° Fanteria al comando dei capitani Bernardone e D’Anna e dopo mezz’ora di sosta fatta ad Iglesias, alle nove, si misero in marcia lungo la strada di Belicai, S’Arilì e Grugua, transitarono per l’arco di Genne Arenas e alle sedici erano per le vie del paese fra l’accoglienza fredda della popolazione.

L’ing. Natali incaricato di accasermarli provvide che fossero alloggiati nei locali degli ateliers e a questo scopo lasciò tre operai per riordinare e disporre l’accasermaggio.

I militari si erano ritirati nell’atelier curando un servizio di guardia all’esterno mediante una sentinella.
Nell’ufficio del direttore era presente la commissione che si adoperava per comporre lo sciopero. Ne facevano parte: il cap. Bernardone, il cav. Valle, il delegato di pubblica sicurezza Maffei e Cavallera.

Sul piazzale della direzione un’ immensa folla attendeva il risultato e Battelli era fra gli operai per placare gli animi dei più facinorosi.

Erano le 16,20.

Dal gruppo si staccarono circa 200 persone e vociando andarono verso gli ateliers dove la sentinella di guardia osservava, con l’ordine di non far passare nessuno. Il vociare era confuso come disordinato era l’agire di taluni scalmanati e gradatamente divenne un coro che all’unisono gridava: «fuori… fuori…».

Si voleva che i tre operai che stavano allestendo i locali per i soldati, uscissero per unirsi agli scioperanti. Le urla misero sull’avviso i soldati per cui fu rafforzata la guardia.

Le urla diventarono più insistenti e dal gruppone ormai distante pochi metri dalle sentinelle si staccarono un pugno di operai che cercarono di entrare nel laboratorio.

I soldati si opposero cercando di respingerli.

Le urla si trasformarono in un lancio di sassi, di cui uno colpì ad un occhio la sentinella Costanzo ed un ufficiale al petto.

A questo punto, i soldati innestarono le baionette mentre la sassaiola si faceva più ritta e la folla premeva da presso i soldati per penetrare all’interno.

A nulla valsero gli inviti degli ufficiali Monesi, Bifano e Moscata mentre i soldati indietreggiavano oppressi da una folla sprezzante del pericolo.

Improvviso un urlo di un operaio s’erse sulla folla, ferito ad una gamba da una baionetta, quando già tre militari grondavano di sangue. La tensione della conflittualità esasperò tutti e dai fucili dei soldati partirono dei colpi.

Erano le 16,45. Si sparava! Le grida giunsero alla direzione e presto s’intuì la tragedia.

Il dottor Cavallera e il capitano Bernardone lasciarono di corsa la stanza delle trattative e con l’animo di evitare la tragedia giunsero all’atelier fra il fischiare delle palle ed il fuggi fuggi generale.

La loro presenza e la loro autorità consentirono il ritorno alla calma. La tragedia era ormai esplosa.

A terra giacevano morti: Littara Felice di 31 anni da Masullas e Montixi Giovanni di 49 anni da Sardara; fra i soldati vi erano 9 feriti.

Vennero portati all’ospedale: Giovanni Pilloni di Tramatza ferito gravemente al capo, Giovanni Porcu di Aidomaggiore, Giuseppe Angius di Villamar, e Giustino Pittau di Serramanna.

Il serramannese Giustino Pittau, morì il 21 settembre, all’ospedale, a causa delle ferite riportate al capo.

Lapide

Finita la sparatoria, furono arrestati i due fratelli Congiu sorpresi a gettare sassi contro i militari.

Le linee telegrafiche non erano interrotte per cui le notizie giunsero alla prefettura di Cagliari.

La giornata del 5 trascorse calma, Cavallera e Battelli unitamente a Siotto parlarono invitando la popolazione alla concordia e alla calma deplorando i fatti delittuosi del giorno prima.

A dimostrazione della volontà di ripresa, fermo restando lo stato di agitazione, i motori e gli impianti elettrici ripresero a funzionare garantiti dal servizio d’ordine dei militari.

Da Cagliari arrivarono altri 25 carabinieri, il maggiore Scotti del 42° Fanteria e l’aiutante maggiore in seconda con l’ufficiale medico Mathieu.

A “PlanuDentis” fu fatta stazionare una compagnia di soldati al comando del capitano Pappagallo, perché si vociferava che dietro l’apparente calma c’era la volontà di far proseguire i disordini.

La lega dei minatori, la società di mutuo soccorso e la cooperativa esposero vessilli abbrunati, mentre i muri delle case erano coperti dalle scritte: lutto cittadino.

Il giorno 6, ebbero luogo i funerali, riusciti imponenti, ai quali parteciparono più di 3000 operai oltre le donne e i bambini.

Al cimitero, il dottor Cavallera parlò, suscitando profonda commozione e raccomandando la calma. I soldati restarono consegnati.

Di sera giunsero a Buggerru: il prefetto di Cagliari comm. Ruspaggiari, il deputato Campus-Serra, il colonnello Cisterni del 42° Fanteria, il procuratore del Re Delitala e l’ispettore generale del ministero dell’interno avv. Dalmazzo.

ritaglio Unione

L’on. Giolitti, presidente del consiglio, subito informato dei fatti incaricò il sottosegretario agli interni, on. Di Sant’Onofrio di seguire direttamente i fatti e tenerlo aggiornato sugli sviluppi. Di Sant’Onofrio inviò, immediatamente da Roma, l’ispettore generale del ministero Dalmazzo perché avviasse un’inchiesta atta a far luce sui tatti e per stabilire eventuali responsabilità.

Ordinò al prefetto di Cagliari di recarsi sul posto per supervisionare l’evolversi della situazione.
Da Cagliari il comandante del 42° fanteria, colonnello Cisterni avviò un’inchiesta per appurare eventuali responsabilità dei militari e ufficiali implicati nella sparatoria.

La sezione socialista di Cagliari invitò i parlamentari socialisti ad una partecipazione attiva e l’on. Campus-Serra aderì per primo recandosi sul posto dove tenne un discorso molto distensivo e molto applaudito. Si ripresero i contatti fra la delegazione operaia. di cui facevano parte le autorità e la Malfidano, nella persona di Achille Georgiadés.

Dopo molto tergiversare, si addivenne ad una intesa, e cioè che il giorno 7, il lavoro riprendesse secondo l’ordine imposto dalla direzione della miniera, compreso il turno di riposo dalle 11 alle 13, inoltre dal giorno 8 il riposo ritornava ad essere quello abituale di stagione, cioè dalle 11 alle 14 per tutto il mese di Settembre.

A Buggerru si attese l’arrivo dell’amministratore della società, De Breton. Il lavoro riprese la sua attività normale, senza che i minatori si rendessero conto di aver acceso quella scintilla del sacro fuoco della rivendicazione operaia che maturandosi ha originato le moderne coscienze dei lavoratori, organizzati in correnti sindacali.

Questi fatti provocarono fortissime reazioni, l’11 settembre a Milano, per protestare contro la violenza manifestatasi a Buggerru, la Camera del lavoro approvò una mozione per lo sciopero generale da organizzare in tutta Italia entro otto giorni.

Qualche giorno dopo, il 14 settembre a Castelluzzo in Provincia di Trapani, si verificò un altro eccidio; durante una manifestazione dei contadini, che protestavano contro lo scioglimento di una riunione locale e l’arresto di un socialista, dirigente di una cooperativa agricola, i carabinieri avevano sparato sui contadini. Il 15 settembre a Sestri Ponente vi furono dei disordini per i fatti di Buggerru.

A seguito dei fatti di Castelluzzo, alla notizia dell’ennesima strage, l’indignazione raggiunse livelli altissimi. La Camera del Lavoro di Milano proclamò lo sciopero generale nazionale, che fu il primo d’Europa, che si protrasse dal 16 al 21 settembre ed al quale aderirono i lavoratori italiani di tutte le categorie.

Con legge 19 Luglio 1906 fu costituita una commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta dal sen. Parpaglia di Oristano, che effettuò il primo sopralluogo nel 1908 e dopo aver fatto compilare questionari, ultimò i lavori presentandoli al parlamento nel 1911.

Fonti:

  • La Gazzetta del Sulcis-Iglesiente – N° 296 – del 06/2004 “Lo sciopero e l’eccidio di Buggerru del 1904”
  • Eccidio di Buggerru – Wikipedia
  • Immagine lapide (http://diquipassofrancesco.blogspot.it/2013/01/sardegnale-miniere.html)
  • Immagine minatori di Buggerru del 1904 (https://marcocasula.files.wordpress.com/2013/09/buggerru-1904.jpg)
  • Veduta di Buggerru (cartolina)
  • Ritaglio dell’Unione Sarda del 6 settembre 1904
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