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Serramanna: i luoghi del cuore

di Davide Batzella Letto 1.660 volte3

di Paolo Casti

Dalla finestrella della cucina riuscivo a scorgerlo, sempre lì, immutabile; la sua grandiosità aveva un non so che di imponente, severo ma allo stesso tempo protettivo, quasi a dire «Non vi preoccupate, ci son qua io a proteggervi». Mi piaceva soprattutto la sera, all’imbrunire, restare ad osservarlo e vedere la sua ombra spostarsi come fosse un essere vivente.

Restavo attonito, quasi rapito. Mi distoglieva da questo intorpidimento la voce squillante della mamma che mi richiamava sistematicamente ai miei doveri.

Erano ormai venticinque anni che mancavo dal mio paesino natale, Serramanna.

Serramanna, che poi, un paesino mica tanto.

Ricordo con nostalgia le sere in cui, prima che facesse buio, dovevo andare al pozzo a tirar su l’acqua prima che tornasse il babbo dal lavoro e travasarla nella brocca che usava per lavarsi i piedi e la faccia. Tziu Bissenti, il nostro vicino, con cui avevamo sa funtana a migias, il pozzo in comune, si arrabbiava se facevo questo lavoro a tarda ora. Tarda per lui ovviamente, alle sette di sera con la famiglia riunita stava già cenando; andavano a letto che nemmeno le galline si erano ancora acquattate.

Babbo era rimasto uno degli ultimi acquaderis prima che portassero l’acqua nelle case; che cosa ridicola pensavo io… l’acqua nelle case; l’acqua fresca e buona a casa l’ha sempre portata il babbo, così come faceva il nonno e il babbo del nonno prima di lui.

A casa nostra su ziru era sempre pieno, non ci mancava mai l’acqua. Usciva di casa che nemmeno albeggiava, con sa fascella, la botte, sistemata sul carretto trainato da Amsicora, il vecchio asino a cui noi bambini volevamo bene come ad uno di famiglia e andava fino a Sa Funtana pubblica; qualche volta ci sono andato anche io ad aiutarlo, soprattutto nei periodi in cui non c’era scuola e se zio Felice non aveva bisogno d’aiuto nella sua bottega. C’era una grande ruota da girare per far venire su l’acqua dall’antico pozzo, cartaginese diceva nonno Vittorio. Sinceramente preferivo più andare in bottega da zio Felice, a is postus, vicino al Montegranatico. Là vicino c’era la piazza grande e mi divertivo ad andare fino all’osteria e sentire le storie dei perdigiorno o di qualche forestiero.

Ma la cosa che più mi affascinava era l’arrivo del carro postale, di Tziu Scamuzzi, annunciato da un gran polverone, lo sferragliare delle ruote e lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli che lo trainavano. La diligenza portava non solo la tanto attesa corrispondenza, ma anche merci e passeggeri; da Serramanna a Siliqua, fino a Sant’Antioco. Da poco c’era una nuova linea che andava a Cagliari e proseguiva, passando per Muravera, fino a Lanusei.

Noi bambini non avevamo in genere molto tempo da concedere al divertimento; mia sorella, come tutte le figlie femmine, aiutava la mamma nelle faccende domestiche e accudiva i fratelli più piccoli.

Non provo nostalgia per la scuola, col suo volerci inculcare le nozioni sui doveri dell’uomo e del cittadino, la lettura, la calligrafia, i rudimenti della lingua italiana, dell’aritmetica e del sistema metrico decimale. Gli insegnanti erano severissimi e potevano permettersi qualsiasi punizione anche corporale. In un angolo dell’aula, c’era una sottile canna che serviva al maestro sia per spiegare la lezione, ma soprattutto po cancarai i manus di chi chiacchierava, disturbava o si addormentava con la testa sul banco.

Una volta, di nascosto, Lucianeddu “pappa priogu” il più scapestrato della classe, oltre che ripetente di lungo corso, pensò bene di spezzare la canna, nell’illusoria speranza di inibirne l’uso al maestro; grande fu lo sconforto di tutti noi quando l’indomani, il maestro, con un ghigno beffardo, entrò in classe con una zirogna sotto il braccio.

Non mancavano calci e ceffoni agli scolari più indisciplinati e chi veniva malmenato, non si azzardava mai a lamentarsi con i genitori perché, altrimenti, a casa, avrebbe ricevuto il doppio delle sberle.

I figli erano considerati una benedizione di Dio, perché i lavori agricoli erano faticosi e richiedevano la disponibilità di molte braccia in famiglia. Infatti come il babbo e la mamma, subito dopo il matrimonio, non avevano aspettato tanto a dar inizio all’attesa del primogenito, mio fratello maggiore Giuseppe, che poi purtroppo ha sacrificato la sua giovane vita per la Patria, come tanti suoi sventurati coetanei serramannesi del resto.

La mamma, così come era usanza, si dedicò alle proprie occupazioni sino alle doglie, per poi ricominciare già qualche giorno dopo il parto e poi tornare di lì a poco anche al lavoro nei campi. Più desiderati erano ovviamente i figli maschi perché significava avere preziosa manodopera; la nascita di una figlia femmina significava invece dover preparare un corredo po sa coja, per poi perderne la forza lavorativa che sarebbe stata appannaggio della famiglia dello sposo.

Zio Giampiero dice che la notte che nacque mia sorella Teresina le bestemmie del babbo si udirono fino a Sa Perda Croccada. Noi abitavamo a Sa Roja, quasi in campagna.

Per le donne che riuscivano a portare a termine la gravidanza anche il momento del parto rappresentava un grave rischio. Le donne partorivano in casa, nella camera matrimoniale, abitualmente, con l’aiuto de sa levadora e delle poche altre donne de su bixinau.

Al più tardi la prima domenica successiva, si procedeva al battesimo, perché si temeva per la sopravvivenza del bambino. Il tasso di mortalità era ahimè altissimo; assai di frequente suonavano le campane a morto: erano i più deboli, che non ce l’avevano fatta e venivano accompagnati a Su Gimitoriu.

Non meno aspre erano le situazioni che gravitavano attorno alla vecchiaia. Solo da piccioccheddu mannu sentii per la prima volta nominare s’accabadora che al contrario de sa levadora che aiutava a venire al mondo, si prodigava affinché rapida fosse la dipartita.

Ho sempre pensato che questa misteriosa figura fosse più una cosa leggendaria che reale, anche perché né a Serramanna né in altri luoghi vi sono testimonianze certe in tal senso.

Era sicuramente una delle tante storielle che nelle fredde serate invernali gli anziani amavano raccontare a noi bambini per favorire la nostra andata a nanna. Del resto, non c’era l’elettricità e la luce era data da lampade a olio o a petrolio o più raramente dalle candele di cera, assai più costose, che si stava ben attenti ad adoperare con parsimonia.

Già dal mese di novembre, quando la luce svaniva sotto una fitta coltre di nuvole basse e la notte si faceva buia come la pece, dopo la frugale cena, davanti all’immancabile camino, c’era ben poco da fare. Talvolta capitava che ci si riuniva con le famiglie de su bixinau, sia per condividere qualche avanzo di cibo che per scambiare due parole; gli uomini giocavano a carte e bevevano un bicchiere di vino, le donne chiacchieravano filando la lana o ricamando e i giovanotti, sotto l’occhio vigile dei grandi, approfittavano di questa mescolanza per parlare d’amore e dar voce a quegli sguardi scambiati fuggevolmente, dalle bancate opposte, della basilica di San Leonardo la domenica mattina.

Ma chi si divertiva di più erano indubbiamente i bambini che potevano giocare con le ombre prodotte dai lumi o, presi dalla stanchezza, ascoltare le storie che venivano narrate da qualcuno padrone dell’arte del racconto che li faceva rimanere a bocca aperta parlando di “mommotti”, “s’ammutadore” o de “is cogas de Biddexidru”, in un costesto di vita agropastorale impregnato di riferimenti alla superstizione; semplici diversivi di una vita grama e faticosa.

Ci capitava ogni tanto di ricambiare le visite e andare a casa di Tziu Silveriu “su sabatteri” che abitava giù di casa andando verso Sa Gruxi Santa. Era talmente tirchio che dovevamo portarci anche su scannu e qualche tronchetto per il fuoco.

Seppure avesse una casa grande, a cui si accedeva attraverso un imponente portone, sovrastato da un arco a tutto sesto in pietra de Serrenti, la stessa pareva minuscola in fondo al cortile, comparata a tutto ciò che li faceva da contorno.

Sui lati del muro di cinta erano distribuiti diversi locali; le stalle, il pagliaio e il magazzino.

Nel cortile non mancava il pozzo, il forno e la macina per il grano; il pane che faceva la moglie, tzia Mariedda, “su pai cun gerda” credo sia il più buono che io abbia mai mangiato. In fondo avevano addirittura un piccolo orto.

Sul cortile, acciottolato, come si usava principalmente tra le famiglie di possidenti e benestanti serramannesi, si affacciava una bella lolla, col classico tetto a spioventi, sostenuto da pilastri in legno.

In un angolo c’era ancora quella specie di vasca, simile a “su laccu”, usata da tzia Mariedda per lavare i panni. L’avevano trovata nella vigna di nonno Pinna in bia Biddarega; pare avesse anche un coperchio che però si frantumò durante il trasporto. Tutti in paese sapevano di questo ritrovamento e una volta un signore, venuto da non ricordo quale città del Continente disse essere un sarcofago di granito di epoca romana e che avrebbe dovuto confiscarlo e portarlo in non so quale Museo; pitticca sa stuppada chi d’adi donau Tziu Silveriu.

Con babbo e zio Augusto l’estate precedente ai miei 11 anni andammo a torrai s’aggiudu a Tziu Silveriu e aiutarlo a sistemare i mattoni di ladiri per finire sa lolla dalla parte dell’orticello; lui era venuto a piantare la vigna di bia Biddarega, quando babbo si era rotto la gamba.

Per non pagare su ladiraiu, tale “Bustianu” su seddoresu, zio Silverio preferì fare tutto da sé con l’aiuto di babbo perché diceva che quella era stata ‘u annada maba e no c’esti dinai.

Facemmo sa sciofa nel cortile e per far prima portammo anche Amsicora per appattigare l’amalgama di fango e paglia e ottenere un impasto più compatto. Quando finimmo i lavori si fece una grande festa che coinvolse tutto il vicinato e parte dell’altro, quasi a sconfinare in Mesu Bidda.

Aveva ammazzato il maiale grande e come si usava allora non si buttava via niente: lardo e strutto per i cibi, le ossa per il minestrone di ceci, il sangue per il sanguinaccio e le setole per fare spazzole e pennelli.

Seppure persone studiate e abbienti, tenevano nella stanza grande il bue che a loro dire scaldava più del camino e consumava pure meno. Quando ci si riuniva in casa loro, quella era la stanza preposta alle adunanze, e a dire il vero, il forte odore che proveniva da tutta questa amalgama non disturbava più di tanto le narici dei presenti, avvezzi a ben altri effluvi. Semmai era su muntronaxiu a dare ben altri entusiasmi.

Va a prendere il vino che beviamo!” Questo era il comando che Tziu Silveriu impartiva al garzone di turno; conosceva solo l’imperativo, era abituato a dare ordini, forse memore di quegli anni fatti al fronte che gli lasciarono quella vistosa cicatrice sul viso, piuttosto che medaglie sul petto.

Sempre meglio della medaglia alla memoria arrivata alla sventurata mamma di suo cugino Guglielmo, con cui partì al fronte, in una cassettina di legno, assieme al berretto e altre poche cianfrusaglie.

La cantinetta si trovava per l’appunto al di là del cortile e per raggiungerla si doveva oltrepassare su muntronaxiu; provate a immaginare cosa successe la volta che Bustianu vi cadde sopra con tutta la damigiana; cercò di sciacquarla alla bell’e meglio nell’illusoria speranza che Tziu Silveriu non si accorgesse… pitticcu su stracoxiu.

Non era uno scherzo neppure lavarsi nei mesi freddi, seppure sul camino, acceso dalla mattina alla sera, vi era sempre un paiolo d’acqua de cinku litrusu a scaldare. Solitamente in camera da letto c’era un lavamano e una brocca in ferro smaltato, ma al mattino, in inverno, l’acqua era spesso ghiacciata, perché le stanze non erano riscaldate.

Come unico sistema per avere meno freddo nel letto c’erano le pietre riscaldate nella brace del camino ed avvolte in un panno, usate soprattutto per gli anziani.

Il sabato, era il giorno prescelto per il “rito solenne” del bagno completo; dentro una grande tinozza, che veniva sistemata nella stanza più calda (solitamente la cucina) o in alternativa nella stalla, ci si lavava lì, a turno. In estate ci si lavava con l’acqua scaldata al sole o talvolta, si andava a ghettai a frummi quando si accompagnavano le mamme, le zie o le nonne a lavare i panni al fiume Leni.

Non ci si fermava mai, se non appunto all’ora della cena consumata in religioso silenzio sopraffatti più dalla stanchezza che dai profumi delle minestre, che bollivano e ribollivano nel paiolo di rame appeso nel camino sotto lo scoppiettante rumore e lo scintillio della legna secca, conferendo ai cibi quel particolare sapore che solo “la cottura a legna” sa dare.

Nelle sere in cui ci si riuniva coi vicini, i parenti o gli amici, quando il capofamiglia o su babbu mannu dava il segnale, in pochi minuti, sparivano tutti nelle loro case, lasciando pure i ruminanti alla loro intimità. E i bambini, avvinazzati dai vapori del vino e degli escrementi, in un effluvio inscindibile, affrontavano il gelo delle camere da letto e sprofondavano immediatamente in un sonno pacificatore e ristoratore pari a quello degli uomini che l’indomani all’alba si sarebbero dovuti tirar su, nuovamente, prima dell’albeggiare.

Guai se durante la notte scappavano i bisogni… o avevi il pitale o dovevi per forza correre in cortile all’aperto; fortuna che babbo aveva fatto una piccola costruzione col tetto di frasche staccata dalla casa con funzione di latrina, mentre prima, toccava andare nella stalla di Amsicora col rischio di venire scalciati o che potesse avere lo stesso impellente bisogno del disgraziato di turno e, quindi, inondarlo di pipì. Se non fosse successo esattamente così, allo stesso babbo per giunta, probabilmente non avrebbe mai costruito il gabinetto di fortuna dedicato solo a noi esseri umani.

Anche la volta pare che le bestemmie del babbo si udirono fin dall’altra parte del paese.

Ora, dopo venticinque anni, sono voluto tornare al mio paese.

Lui è sempre lì, imponente, fedele alla promessa di voler proteggere le sue genti, su cui, pur dando le spalle ha sempre vigilato.

Non è per l’appunto sulle spalle che ci si carica delle cose più gravose? Non son forse le spalle le più vigorose e adatte a farsi carico dei disagi, delle fatiche, delle responsabilità, dei dolori, delle delusioni e delle disgrazie?

Eccomi qui, nella casa che è stata del babbo, a guardare il campanile, dalla stessa finestra della cucina, mentre le ombre della sera disegnano figure animate sui muri delle case in ladiri; stavolta, però, non sentirò la voce della mamma che mi chiama.

Papà, papà perché sei voluto tornare a Serramanna?”. Stavolta è la voce della mia bambina a ridestarmi. L’ho presa in braccio, e le ho detto:

«Ogni luogo lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi. Quando vivi in un luogo troppo a lungo, diventi cieco, perché non osservi più nulla. Io ho voluto andar via per non diventare cieco e poi tornare e far provare anche a voi le mie stesse emozioni».

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Commenti (3)

  1. Un bel racconto da conservare e far leggere ai disattenti Serramannesi che, nasca in loro il desiderio di approfondire lo studio e la ricerca per meglio conoscere ed amare la propria terra,

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  2. Acc…mi ci è voluto un po’ per rendermi conto se… leggessi , o stessi invece ” rivedendo ” particolari di vita Vissuta !… La seconda purtroppo ! La mia età mi ha permesso di vivere tutto ciò che ben ha descritto il racconto… Sembrerebbero cose da romanzo d’altri tempi… ! Oggi , stento a credere che i giovani credano ciò !… Bene testimoniarle fin che è possibile , perché come dice Fulvio M. , serve ad’amare la propria terra… E , se ancora oggi ci sono legato ,avendola vissuta quando non erano certo ( come si suol dire ) rose e fiori ! Viene da sperare lo facciano anche i nostri giovani , auguriamocelo !

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    1. … Anche se l’argomento non è dei più piacevoli ! … La ” figura ” Accabadora che ( preciso ) ,non ho conosciuto , mi porta invece alla mente , quella che se pur in maniera ” mooolto ” marginale ho conosciuto… Trattavasi per lo più di vecchie donne ( così le vedeva il fanciullo di allora ) , che , era usanza si riunissero nella casa del ” morto “… Per piangerlo ed esaltarne le lodi con il loro pianti !…”Attittidusu”! Da questo …Attittadoras ! Di ciò sono certo aver visto !

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