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La chiesa di Santa Marina di Serramanna

di Davide Batzella Letto 1.228 volte1

S’Incontru 2018 – Immagine non correlata con l’articolo in questione

Serramanna e Samassi: due paesi confinanti – distano appena sette chilometri uno dall’altro, uniti da una comunanza di usi, costumi, attività, nonché da legami di parentela tra i paesani. Due borgate sorelle, si direbbe. Sono state invece, negli anni passati, divise da feroci rivalità. Uno dei principali motivi dei loro epici scontri, spesso anche cruenti, è la chiesetta di Santa Marina.

Di fronte allo stabilimento della C.A.S.A.R., all’altro lato della strada che unisce i due paesi, c’è un’altura, che è il prolungamento di quella fuga di collinette su cui sorge Serramanna. Sulla groppa di quest’altura, chiamata appunto Su Cuccur’ ‘e Santa Marina, dal nome della Santa, sorge, anzi, sorgeva la chiesetta in questione.

Ogni anno una bella festa in onore di questa santa richiamava una moltitudine di fedeli (si fa per dire) dai due paesi e persino dai paesi del circondario. Ogni anno: fino alla fine del secolo scorso, quando fu deciso di abolirla.

Ogni anno iniziava la sagra con grande allegria, musica e balli e, puntualmente, l’immancabile furibonda rissa tra serramannesi e samassesi arrivava a mandare tutto all’aria. Si prendevano a pretesto le banalità più risibili: un serramannese che ballava con una ragazza di Samassi o viceversa e, giù botte da film western. Le pistolettate non erano ancora in uso da queste parti, ma si riusciva tuttavia egregiamente ad escogitare il sistema per lasciare qualcuno in posizione orizzontale. I serramannesi se la sbrigavano a sassate, mentre i samassesi guerreggiavano coi forconi, a trabuzzu. E la festa iniziata con allegri scampanii terminava spesso con lugubri rintocchi.

È trascorso quasi un secolo dalla saggia abolizione di quella festa, nata dalla pietà delle popolazioni rurali della zona e ormai scaduta al ruolo di meschino pretesto per dare sfogo ad istinti selvaggi e primordiali.

Un secolo che ha visto il lento decadere della chiesetta fino alla totale scomparsa persino delle fondamenta. Ma ha visto anche un progressivo processo di maturazione della gente. Le popolazioni dei due paesi hanno imparato a non guardarsi più in cagnesco. L’amarezza lasciata dai lutti è stata lenita dal tempo che tutto guarisce. I ragazzi d’oggi ascolterebbero questo racconto con un sorriso tra l’incredulo e il divertito. E scene come quelle raccontate apparirebbero oggi semplicemente assurde.

Il questo contesto sociale e nell’ansia che agita ogni contrada per la ricerca delle memorie del passato si potrebbe oggi prendere in considerazione l’opportunità di riscoprire la festa di Santa Marina, col concorso pacifico e festoso di tutte le popolazioni del circondario. I serramannesi e i samassesi che hanno trovato nel frattempo modi più civili e tranquilli per esternare la propria esuberanza, potrebbero scontrarsi magari in un colossale banchetto all’ombra di unu staleddu[1].

Si potrebbe studiare la possibilità di rifare, dov’era un tempo, la chiesetta. Chi, prendendo quest’iniziativa, s’incaricasse di coagulare l’interesse dei paesani e di chiunque possa in qualche modo contribuire, enti compresi, troverebbe senz’altro terreno favorevole e compirebbe un gesto meritorio. I serramannesi sicuramente, senza distinzioni di parrocchia, sarebbero solidali e offrirebbero il loro appoggio incondizionato.

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[1] Riparo di frasche o di canne, caratteristico delle sagre campestri, all’ombra del quale, tra musica e canti, si può trovare un bancone di mescita e, molto spesso anche dei lunghi tavoli per banchettare, in un’atmosfera pregna dei profumi delle salsiccia o dei porchetti che rosolano poco distanti.

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Via | Serramanna, scorci di vita paesana – di Luigi Muscas

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Commenti (1)

  1. Sarà possibile, consultando gli archivi parrocchiali, della curia, comunali, catastali, fotografici o qualche altra possibile fonte di informazione, per risalire all’ubicazione esatta della chiesetta in questione!? Si accettano volontari, serramannesi e samassesi.

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