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“Noi, gli ultimi evaristiani”, nel convento-azienda soltanto quattro confratelli

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A Serramanna, e non solo, li conoscono tutti: per l’ottimo vino (nuragus, monica, sangiovese e gregu, il loro marchio di fabbrica) che producono e vendono al minuto nella loro funzionale cantina, e per quella tenuta a metà tra convento e fattoria dove in molti (almeno una volta nella vita) hanno progettato di ritirarsi. Lontano dall’abitato, e in stretto connubio con la natura, lavorando la terra e vivendo dei prodotti (grano, olio, vino e latte) che regala.

I SUPERSTITI Benvenuti nella Casa Agricola della Compagnia degli Evaristiani del Sacro Cuore, dove quattro confratelli (guai a chiamarli frati ) resistono alla decadenza, alla crisi di vocazione e di agricoltura e pastorizia, che non rendono più come una volta. «Oggi fatichiamo a tirare avanti: lavoriamo la terra ma i prodotti non sono pagati come un tempo», esordisce Vincenzo Marasoli, il direttore della Casa Agricola incastonata nella campagna di Santa Luxeria, a qualche chilometro da Serramanna, dipendenza diretta della casa madre di Donigala Fenughedu, nell’Oristanese.

«Oggi siamo rimasti in quattro, oltre a tre operai esterni, ma in passato siamo stati anche in trenta. Coltivavamo, come oggi, grano e vite, e facevamo allevamento: siamo arrivati ad avere cinquecento pecore ma ora tutto quello è solo un ricordo».

LA MISSIONE Vincenzo Marasoli sfoglia il libro della storia lunga 75 anni de Is Evaristus (come li chiamano a Serramanna) che fino a qualche anno fa hanno dato lavoro a molti braccianti e accolto nella loro oasi di pace diversi giovani “difficili” che tra i filari di vite e nelle stanze silenziose della fattoria-convento provavano a ritrovare se stessi.

«Sì, abbiamo ospitato diversi ragazzi ma la convivenza non è mai stata facile: da noi si lavora per vivere», conferma Marasoli tra i vialetti bordati di ortensie, sormontati dalle palme, dove ad uno ad uno si fa la conoscenza con gli altri Evaristiani: Pierino Lecca, Palmiro Aroni e Aldo Olla. Monaci senza saio, religiosi senza icone, ognuno immerso nel suo compito del momento: mescere il vino per i clienti, fare le pulizie o recitare il rosario nella minuscola chiesa curatissima, tinteggiata da poco con colori pastello, costruita, dice Vincenzo Marasoli, «sfruttando le arcate del primo originario ingresso della casa agricola».

LA CAPPELLA La chiesa è l’unico spazio ben tenuto della casa agricola dove tutto il resto (dalle colonne che reggono la grande terrazza con le balaustre liberty agli interni con le mattonelle sarde e le pareti decorate con motivi finto marmo, fino alle statue del giardino mutilate dai rami caduti) è un verbo coniugato al passato.

«Per rimettere tutto a nuovo ci vorrebbero molto soldi e noi non li abbiamo», Vincenzo Marasoli apre il cuore alla speranza, per ora vana, di arrestare la decadenza e dare un futuro alla Casa Agricola: «Abbiamo chiesto dei finanziamenti, allo Stato e alla Regione ma non abbiamo avuto risposta».

I. Pillosu – L’Unione Sarda dell’11/11/2012

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