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La farfalla vola senza ali: Simona Atzori contro i pregiudizi sulla diversità

di admin Letto 5.373 volte0

Una farfalla senza ali non può volare, Simona Atzori ci riesce. Si libra sul palco con leggiadria inaudita, si muove leggera sulle sue punte di gesso con grazia inebriante. I lunghi ricci le incorniciano il viso delicato, il sorriso è disarmante, gli occhi nocciola sono raggianti. «Se fossi nata con le braccia non so se oggi sarei la stessa. È il nostro percorso a renderci come siamo».

Trentott’anni, milanese, figlia di genitori sardi, della Trexenta. Il padre Vitalino è di Serramanna, la mamma, Antonina Matza, di Suelli. «Sono nata così, non abbiamo mai indagato sulle cause, non è mai interessato né a me né ai miei genitori. Siamo partiti da quello a abbiamo costruito senza fermarci a ciò che manca». Simona è un fiume in piena, brillante, la battuta è sempre pronta. «Sono stata una bambina sempre scalza, i pavimenti erano coperti da tappeti. Adoro sentirne la consistenza sotto i piedi».

I piedi hanno preso il posto delle mani che il destino non le ha donato, li usa per dipingere, per mangiare, per scrivere, per tenere il microfono. «Perché bisogna perdere qualcosa per renderci conto delle cose importanti? Non dovrebbe andare così».

Sta seduta sulla scrivania, nell’aula magna del Siotto. Racconta la sua vita, risponde alle domande degli studenti che le stanno attorno. In mano hanno il libro scritto da Simona, nella copertina la sua immagine, sopra una frase di Candido Cannavò: «Le sue braccia sono rimaste in cielo, ma nessuno ha fatto tragedie». È una tipa tosta Simona, e soprattutto determinatissima. Lo era già da bambina, tanto che quando aveva solo quattro anni le sue ceramiche finirono in mostra alla festa del paese. «Disegnare era il mio gioco preferito».

Oltre alla pittura, è la danza la sua grande passione. «Credo sia lei ad aver scelto me». Certo, l’incontro è stato fortunato, Simona ha già calcato i palcoscenici di mezzo mondo, ha danzato davanti a Giovanni Paolo II al Giubileo del 2000, ha aperto le paraolimpiadi del 2006, a Torino. «Sono convinta che ciascuno di noi abbia un talento. Non per forza artistico: il talento è un’opportunità, è dare un senso alla propria vita. Non è detto che sia necessario raggiungere chissà quali vette di notorietà: il successo è una cosa intima».

Il sorriso è una costante della sua vita, ma i momenti difficili ci sono stati. «L’adolescenza non è stata facile. Cominciai la battaglia tra ciò che sentivo di essere e ciò che inevitabilmente dovevo vivere. Cercavo me stessa negli altri e non trovavo nulla: mi sentivo intimamente diversa. Non volevo essere uguale a nessuno, volevo essere me, ma la diversità può fare anche molto male. Fa soffrire, perché agli altri fa paura».

Poi con tono deciso: «I limiti sono negli occhi di chi guarda». La sua sicurezza è disarmante. Per il suo libro ha scelto un titolo d’impatto: Cosa ti manca per essere felice? «Negli occhi di chi mi guarda leggo spesso: poverina, non ha le braccia. A me non manca niente, sono felice, ho la voglia di vivere».

Il tempo a disposizione è scaduto, avrebbe ancora tanto da dire, e gli studenti mille domande da farle. Dovranno aspettare sino a giugno, quando Simona tornerà a Cagliari per fare ciò che le riesce meglio: danzare. Dietro la sua visita c’è un progetto partito a settembre, “Cosa mi manca? Tutti diversi, nessuno diverso”, la campagna di sensibilizzazione su donne e disabilità realizzata dall’Associazione Pampoja onlus, e finanziato dalla commissione Pari opportunità della Provincia. «Non importa se hai le braccia o non le hai, se sei lunghissimo o alto un metro e un tappo, se sei bianco, nero, giallo o verde. Non importa se ci vedi o se sei cieco, se sei fragile o una roccia. La diversità è ovunque, è l’unica cosa che ci accomuna tutti».

S. Marci – L’Unione Sarda del 20/12/2012

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