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Quel male oscuro della sofferenza di vivere

di Davide Batzella Letto 9.709 volte7

di Bruno Garau

Nasciamo tutti con un bagaglio teorico colmo di aspettative. E con un carico certo di ostacoli e difficoltà. Davanti all’affascinante e complessa sfida della vita reagiamo ciascuno in maniera diversa , e il risultato finale dipenderà dall’influenza sia dei fattori ambientali,  che delle qualità intrinseche a noi stessi.

Uno dei temi più in evidenza, ormai da diverso tempo,  nel quadro generale dell’informazione, è il fenomeno sempre più crescente del suicidio: argomento che colpisce e preoccupa l’opinione pubblica, per l’alone di mistero che ne avvolge le motivazioni e per l’irrimediabilità delle sue conseguenze.

Senza volermi addentrare in disquisizioni sociologiche, filosofiche, etiche o religiose sul significato e il valore della vita (altri, su questi temi, avranno più competenze di me), vorrei  concentrare la mia attenzione sul campo dei Disturbi dell’Umore: un’entità psicopatologica talvolta misconosciuta, che è spesso all’origine del gesto estremo di chi pone volontariamente termine alla propria esistenza.  Cercherò di semplificare termini e definizioni, per una più ampia comprensione, avvalendomi delle competenze acquisite con la mia tesi di laurea sugli Antidepressivi (nell’ormai lontano 1990) e con la specializzazione in Farmacologia col prof. Gessa,  scusandomi con gli esperti in materia per le eventuali imprecisioni.

L’umore è un tono emotivo persistente, normalmente avvertito come una gamma di emozioni che va dalla tristezza alla felicità. I disturbi dell’umore sono caratterizzati da sentimenti anormali di depressione o euforia, nei casi più gravi associati a sintomi psicotici, e sono suddivisi in:

 1)Mania; 2)Disturbo bipolare; 3) Depressione maggiore; 4) Distimia.

La Mania è caratterizzata da uno stato di eccitazione persistente dell’umore, con carattere euforico, agitazione psicomotoria, comportamento stravagante e disinibito. Nel Disturbo bipolare sono presenti un episodio depressivo dell’umore alternato ad uno maniacale. Poiché il suicidio è più spesso associato alla Depressione maggiore e alla Distimia, che è una forma meno grave e, forse, più subdola di depressione, mi soffermerò più ampiamente su quest’ultima.

La storia della depressione è la storia dell’umanità, anche se il termine depressione per connotare una sindrome psichiatrica è stato introdotto solo negli anni ‘ 20 dallo psichiatra tedesco Meyer.

La malattia è conosciuta fin dall’antichità ed è sempre stata descritta come un’anomalia rispetto alla normalità: un insieme di comportamenti o modulazioni affettive, in passato chiamata melanconia, e che ora definiremmo depressione. Gli artisti ,prima e meglio degli altri, sono riusciti a cogliere ed a rappresentare le sofferenze e le inquietudini dell’uomo, e le loro descrizioni sono state esemplificative della depressione.

munch_grido_psi[1]Si citano ad esempio il quadro di Durer, la Melanconìa, che esemplifica il dolore paralizzante del depresso, e Il Grido di Munch, che comunica la squassante angoscia del depresso.

Anche il tema del suicidio è ampiamente rappresentato nella letteratura.

Nello Zibaldone, Giacomo Leopardi argomenta che il suicidio è contro natura: ma, poiché l’uomo non segue più la natura – la civiltà e la ragione, infatti, secondo lo scrittore, divenute sempre più artificiali e perverse, hanno tradito lo stesso creato – e  tale “devianza contro natura” porta infelicità, per evitare “di soffrire” è consigliabile porre termine ai patimenti col suicidio.

Talora il suicidio è il vertice estremo cui giunge la crisi esistenziale nel  Romanticismo, come nel caso delle Ultime lettere di Iacopo Ortis del Foscolo, opera pubblicata nel 1802, in cui l’autore offre ai lettori le proprie tristezze ed esperienze più intime, le infelici passioni e i fallimenti amorosi, che gli ispirano il desiderio “romantico” di porre fine alle proprie sofferenze, per trovare la pace che non riesce ad avere nella sua quotidianità terrena

La definizione scientifica  del disturbo,oggi generalmente accettata, è quella fornita dall’American Psychiatric Association nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali: il DSM IV, dell’Episodio Depressivo Maggiore.

DSM IV

Episodio Depressivo maggiore

  • 5 o più dei seguenti sintomi devono essere presenti durante lo stesso periodo di due settimane e rappresentare un cambiamento rispetto alla funzionalità precedente; almeno uno dei sintomi deve essere l’umore depresso o la perdita di interesse o di piacere.
  1. Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, come indicato sia da un’osservazione soggettiva (sentirsi tristi o vuoti), sia osservato da altri (apparire piangente) N.B.: In bambini o adolescenti può essere osservata irritabilità.
  2. Marcata perdita di interesse o di piacere in tutte o quasi tutte le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
  3. Significativa perdita di peso (quando non a dieta) o aumento di peso (per esempio un cambiamento di più del 5% di peso corporeo in un mese), o diminuzione o aumento dell’appetito quasi ogni giorno. N.B.: In bambini considerare anche il mancato aumento ponderale atteso.
  4. Insonnia o ipersonnia, quasi ogni giorno.
  5. Agitazione o rallentamento psicomotorio, quasi ogni giorno.
  6. Perdita di energia o stanchezza, quasi ogni giorno.
  7. Sentimenti di mancanza di valore o di colpa eccessiva o inappropriata (che può essere delusionale), quasi ogni giorno.
  8. Diminuita capacità di riflettere e concentrarsi, o indecisione, quasi ogni giorno.
  9. Pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire), ricorrenti ideazioni di suicidio senza un piano specifico, o tentativi di suicidio, o piani specifici di suicidio.

La depressione è un esperienza affettiva universale, connaturata all’essere umano. Rappresenta una delle modalità affettive con cui l’uomo si relaziona col mondo e permette allo stesso di superare le frustrazioni, le delusioni e le perdite. Ogni cambiamento, in quanto tale, è perdita di qualche cosa di noto e avventura dell’ ignoto, e quindi comporta sentimenti di depressione per la perdita e di ansia per l’ignoto. Vivere significa affrontare continuamente cambiamenti, e quindi è sempre presente il rischio di passare dalla depressione fisiologica alla depressione patologica. Quando i sintomi depressivi non hanno un evento scatenante o persistono per troppo tempo, c’è perdita di autostima, il senso del tempo e dello spazio cambia, e c’è la percezione dell’impossibilità di uscire dalla situazione, allora si entra nella patologia.

Il depresso sente se stesso, la propria vita, la realtà circostante secondo una trasformazione peggiorativa, che colora tutto di qualità spiacevoli e dolorose. L’esistenza si svuota di significato e di interesse, è vissuta nella solitudine, la morte è vista come liberatrice. Cambia il modo di essere nel mondo, soprattutto nei parametri del tempo e dello spazio.  Il peso del passato si dilata e si carica di negatività, la nostalgia è dolorosa; il presente si contrae, diventa immodificabile; il futuro è inaccessibile, sbarrato, non c’è più progettualità. Lo spazio diventa ristretto, angusto, chiuso, immobile, vuoto.

La fragilità dell’uomo, che ha perso un solido sistema di riferimento, ed è per ciò incapace di adattarsi ai problemi che presenta la vita, lo porta, paradossalmente, a sperare nella salvezza proprio mediante il suicidio.

Sono svariati e, spesso, derivanti da impulsi psico-socio-sessuali, i motivi che fanno insorgere avvilimenti che portano all’autodistruzione.

  • Nella donna, le cause più gravi di disperazione derivano dalla perdita del prestigio come “madre” e dalla scomparsa di sicurezza in seno alla famiglia. I figli sono la massima forma di orgoglio e di prestigio per la donna: un fallimento in questo campo crea una grave insicurezza e mette in forse l’autostima femminile. Ma la depressione nelle donne può anche derivare dalla discriminazione sociale, che crea un modello femminile di “rassegnazione”, modello al quale molte donne sono “invitate” a uniformarsi magari anche dalla famiglia, dagli amici e dai compagni. Infatti gli stereotipi alimentano l’immagine della donna perdente e depressa. Per molte donne l’abbandono del marito, la malattia grave di un figlio o di un congiunto, una patologia che la colpisce personalmente e che fa prevedere l’impossibilità ad assolvere ai propri compiti familiari, crea una disperazione irreversibile. La donna che giunge alla conclusione (vera o presunta) di non poter più allevare i propri figli (perché senza denaro, abbandonata dal partner o malata) nel proprio delirio, volendo evitare loro il disagio della sua inadeguatezza, “li salva” eliminandoli.
  • Alcune donne si suicidano perché si ritengono ammalate al punto da non poter essere più utili alla famiglia e credono di “risolvere” il problema dei figli trascinandoli con sé nella tomba e “salvandoli” così dal disastro della mancanza di una madre efficiente. Più una donna è fragile più ritiene di perdere influenza se la situazione familiare s’impantana o se ella fallisce come madre.
  • Gli uomini di solito non ammettono, se non in casi gravi, la loro depressione: preferiscono parlare di stanchezza e avvilimento dovuti a iperlavoro. Molti la nascondono nell’alcol. La depressione maschile è spesso bipolare, e l’uomo che ne è affetto lamenta ora stati di prostrazione, ora presenta invece una super-attività, il più delle volte scoordinata.
  • A differenza di quello della donna, l’orgoglio dell’uomo non si basa sul ruolo di padre, ma sulla carriera e sulle conquiste sociali. La perdita di un affare importante può indurre un uomo a stati morbosi (e autopunitivi) che lo spingono alla disperazione e al suicidio. Narcisisticamente parlando, dopo la sconfitta, l’uomo che non vede nessuna possibilità di redenzione, perché poco abituato a sopportare le conseguenze dell’avversa fortuna, perde ciò che ha di fondamentale, ossia il proprio prestigio personale.
  • Può così accadere che un uomo si suicidi per un fallimento economico,  e che una donna si dia la morte perché si sente fallita come madre. È poco consueto che una donna ponga fine ai suoi giorni per un crack commerciale, così come è poco probabile che un uomo si sopprima sentendosi inadeguato come genitore.
  • Questo perché per l’uomo, a differenza che per la donna, i figli non sono l’oggetto del più alto investimento narcisistico. L’uomo trova il proprio prestigio nell’attività lavorativa e nelle conquiste sociali: quando queste vengono meno, egli entra in depressione.
  • Il maschio, incapace di sopportare forti delusioni, quando si imbatte in una situazione in cui vede crollare la propria autostima, precipita nell’abisso.

Il Disturbo depressivo maggiore è curabile nel 70-80% dei casi. Il trattamento prevede l’integrazione della farmacoterapia con un intervento psicoterapeutico, in genere di tipo cognitivo-comportamentale.

Nelle depressioni di grado lieve, e quindi nella Distimia,  farmaci e psicoterapia si equivalgono;  talvolta è più utile la psicoterapia. In caso di depressione moderata o grave i farmaci antidepressivi sono validi, ancor di più se associati alla psicoterapia. Chi viene trattato con i farmaci guarisce nel 34% dei casi, e in un altro 36% vede l’entità dei sintomi più che dimezzata. Se si associa una psicoterapia, la percentuale di chi trae benefici dalle cure sale all’80%.  La terapia elettroconvulsivante (TEC, elettroshock) è utilizzata invece nella Depressione maggiore refrattaria ad altre terapie, e negli episodi di grave depressione con sintomi psicotici. E’ inoltre indicata quando si desidera una risposta terapeutica rapida, come in pazienti con grave rischio suicidiario, oppure quando non si tollerano gli effetti collaterali degli antidepressivi. Va ricordato che, in modo apparentemente paradossale,  oltre al viraggio dalla depressione alla mania, il suicidio può rappresentare il più grave effetto collaterale della farmacoterapia antidepressiva, soprattutto nel periodo iniziale di trattamento: il paziente, che prima era abulico e privo di iniziativa, riesce, grazie all’effetto stimolante del farmaco, a trovare la forza per porre in essere il gesto estremo. Proprio per questo motivo il paziente necessita di uno stretto monitoraggio, e non è pensabile che si possa limitare il trattamento medico alla sola somministrazione di una miracolosa “pastiglia”.  Purtroppo, però,  l’accesso al percorso della psicoterapia, nel nostro Paese, è piuttosto aleatorio e tutt’altro che codificato. Di fatto, il Servizio Sanitario Nazionale non offre questa opportunità, che essendo oltretutto costosa, rimane accessibile in virtù del censo, ai soli pazienti agiati, creando  una profonda disuguaglianza terapeutica.

Compito del medico sarà anche far capire ai familiari che il depresso non ha un deficit di volontà, non soffre perché vuole soffrire, non lavora perché non vuole lavorare, ma si comporta così perché non riesce a non soffrire e non ce la fa proprio a lavorare. Non basta la pacca sulla spalla, ed il richiamo a reagire e a confrontarsi con le proprie responsabilità: questo atteggiamento serve, a volte, solo a colpevolizzarlo ulteriormente .
Il depresso va rispettato, tanto profondamente quanto profonda è la sua sofferenza; va a volte ripreso, anche con fermezza, e richiamato alla realtà delle cose, ma sempre con l’intenzione di aiutarlo a curarsi, con la piena consapevolezza che oggi è pienamente possibile, grazie ai farmaci e a consolidati approcci psicoterapeutici, guarire o, quanto meno, recuperare una migliore qualità di vita.

Temo, però, che il vertiginoso aumento dei casi di suicidio a cui stiamo attualmente assistendo, non sia altro che l’epifenomeno di un mancato riconoscimento di tanti casi di Distimia e Depressione maggiore, rimasti in passato al di sotto della soglia di percezione e, per così dire, “ slatentizzati” dalle difficoltà ambientali crescenti,  indotte dalla crisi economica, politica ed etica del nostro Paese.

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Commenti (7)

  1. Caro dott. Garau, che io chiamo per nome, Bruno, perchè, a parte la conoscenza personale, voglio avere con lui, in quanto medico, un rapporto di fiducia, di stima e di rispetto per le sue competenze professionali oltre che per le qualità umane.
    Io non ho le competenze culturali ne tantomeno professionali per entrare nel merito di quanto da te scritto: non ho d’altra parte neanche le competenze culturali o professionali per confutarle; credo d’altra parte che insieme a me, siamo in tanti a non averle, queste competenze; e allora ognuno di noi, ognuno per la sua parte, ha il dovere di rispettare le altrui, e di restare nell’ambito delle proprie competenze e conoscenze.
    Gli organi di informazione hanno il dovere sacrosanto di INFORMARE su quanto avviene nelle nostre comunità, tanto nel bene quanto, purtroppo in questi ultimi giorni per noi, nel male.
    E’ un esercizio, quello dell’informazione, ingrato, perchè spesso l’etica personale confligge con l’etica professionale, e questo vale sia per il giornalista che per il medico. Pertanto io considero l’esercizio della corretta informazione ( sia del giornalista che del medico ) una garanzia per i cittadini a difesa dei loro diritti fondamentali.
    Si assiste in questi ultimi mesi, nei mezzi di informazione più diffusi, a “sbattere in prima pagina” titoli a caratteri cubitali, spesso smentiti dagli stessi articoli che ne seguono, tendenti ad affermare tesi e giudizi lontani dalla verità o comunque non suffragati da riscontri oggettivi.
    E’ pur vero che la realtà non è affatto confortante ( sto usando un eufemismo, a oxford direbbero che è di merda ) però da qui a ricondurre tutti i drammi umani alla “crisi” è oltre che fuorviante, pericoloso.
    Una conferma ci viene dall’intervento di Bruno.
    E’ vero che la scienza medica non ha tutte le risposte ai drammi umani, ma spesso qualche aiuto può darcelo; a volte, voci ritenute amiche, ci allontanano dai percorsi di salvezza ( scusate l’abuso di questo termine evangelico ). Pericoloso perchè, purtroppo, chi è debole, a volte vede come unica via d’uscita quella ” che corre per la maggiore”!!
    Un buon approccio alle problematiche medico-scientifiche, supportate da una rete relazionale amico-parentale, e una consulenza medica, possono essere di aiuto.
    Una maggiore attenzione dei mass-media a queste opportunità aiuterebbero più degli strilli!!!
    Contro le ingiustizie è necessario alzare forte la propria voce e urlare, se nel caso, la propria rabbia: ma se vogliamo che questa voce sia raccolta, abbiamo il dovere di non confonderla con gli indistinti clamori delle voci levate, magari con le grida più alte e con le migliori intenzioni, verso il nulla.
    Dobbiamo avere, doverosamente, il massimo rispetto per tutte le persone che soffrono e che non possono essere ricondotte a vittime o ad eroi, e rispettarle, senza parlare noi per loro conto.
    Riprendo un concetto che non è mio ma che ho apprezzato enormemente: ” le parole a volte, anche espresse con le più buone intenzioni, possono essere pesanti come macigni e ferire come coltelli”.
    AFFERMIAMO CON FORZA IL VALORE E LA BELLEZZA DELLA VITA CONTRO OGNI AVVERSITA’!!!

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    1. Ringrazio Marino per il suo contributo. Non ho volutamente affrontato, per non appesantire ulteriormente uno scritto già lungo, il tema delle basi biologiche del Disturbo depressivo con le relative alterazioni dei vari neurotrasmettitori e dei sistemi recettoriali cerebrali. E’ importante, però, che si intuisca che le cause della depressione sono evidentemente più profonde e complesse, rispetto alle tesi semplicistiche che sembrano voler attribuire le motivazioni di un gesto grave come il suicidio alla mancanza di una spalla su cui poter poggiare il capo per piangere, come è stato incautamente scritto sulla stampa.

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  2. Se questa società non accoglie la normalità della diversità come si può pensare di accogliere una persona in un così pesante momento della sua vita.

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  3. Parlo della sofferenza di chi è considerato “diverso ” nel senso di chi ama una persona dello stesso sesso , di chi non beve , di chi non fuma , di chi è abituato a dire la verità e non le menzogne di facciata , di chi opta per un altra religione e non la consueta cattolica ( a proposito tutte quelle beghe per s’incontru da un punto di vista laico fanno sorridere in questo det. momento storico ) . Io noto un paese spaccato in due , dove chi ancora può permetterselo vive agiatamente e giudica , gli altri sono costretti a stare zitti per paura di essere esclusi ed isolati. A queste persone che sono considerate “strane ” vorrei dire che non siete soli , che siamo in tanti ad avere sensazioni e stili diversi di vita dal consono e direi ancora… ” meglio strani che male accompagnati. ” In tutto questo sfacelo , reputo la nostra amministrazione responsabile , poichè invece di avvicinare le genti e creare situazioni di aggregazione , le separa amministrando in modo clientelare ed iniquo. E vorrei dire pubblicamente ( mi scuso con A Serramanna per aver approfittato di questa vetrina ) al vostro sig sindaco che è meglio confrontarsi con chi gli dice la verità dicendogli anche che sta sbagliando che con chi gli da sempre ragione. Dov’è finito il progetto approvato dalla vecchia amministrazione , ma da lui che presiedeva agli incontri , sulla sensibilizzazione alle famiglie sull’abuso di alcool e droghe ,presentato dall ‘associazione genitori ?? Voglio sapere , voglio conoscere , questo ragazzo che ha ucciso la nonna , dicono che sia uno psicopatico , da che cosa dipende , da una forma congenita o da un abuso di sostanze ..ho il diritto di saperlo come genitore. Comunque nel caso vi decideste a dialogare sapete dove trovarmi. Giorgia Mascia.

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  4. vorrei permettermi di scrivere due righe in risposta a questa signora Giorgia Mascia, non capisco perche in ogni suo scritto dia solo ed unicamente colpe all’amministrazione comunale ho avuto modo di leggere anche qualche articolo o forse solo scritto anche da un certo Carlo Phaler sempre e solo colpa di chi amministra scusate ma non lo trovo giusto credo che ogniuno di noi ha dei problemi piccoli o grandi eppure cerchiamo in molti di andare avanti per risolverli nel modo più dignitoso posssibile nel Vs. caso invece solo colpe ad altri e vorrei dire anche che dalle mie informazioni assessorato ai Servizi Sociali a fatto un convegno su problematiche riguardanti alcolismo e droghe, cerchiamo di capire il momento che stiamo vivendo che è difficile per tutti

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  5. Caro signor Gualtiero ( lei si riferisce a Giorgia Mascia e Carlo Pahler che non si nascondono e citano nome e cognome ) la nostra critica è costruttiva e poichè personalmente conosco le promesse fatte in tanti anni e mai mantenute mi permetto di criticare e suggerire . Non ho capito , c’è qualcuno che mi impedisce di parlare ? Forse siamo in un regime dove non si possono rivolgere critiche se si conoscono i fatti ? Se fosse informato saprebbe che negli anni si sono fatte tante cose utili ma temporanee e non continuative . Proprio perchè il momento è difficile per tutti ci permettiamo di sottolineare le storture , se poi lei non le vede ….pazienza . Mi piacerebbe conoscere anche il suo cognome se devo interloquire con lei. grazie.

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  6. Salve Sig. Gualtiero la mia critica nasce dalla cattiva politica. Non sono l’unico ad affermarlo, lo stesso autore dell’articolo pensa e lo dichiara in chiusura dell’articolo. Secondo lei si poteva risolvere questo problema attraverso l’apertura dei cantieri comunali? La invito inoltre ad ascoltare attentamente l’intervista del Sig. Sindaco, che può trovare anche sul mio profilo fb, nella quale il primo cittadino afferma che se i cantieri comunali fossero in numero superiore queste situazioni si sarebbero potute arginare. Ne siamo veramente sicuri? Una volta terminati i cantieri, la situazione rimaneva tale e quale. A prima vista direi una analisi semplicistica. Sig. Gualtieri, lei ha giustamente sottolineato che molte persone per dignità e amor proprio non vanno a “mendicare” al Comune. Molti non ci vanno perché gli viene detto che non c’è niente per loro, che non ne hanno diritto o altri che non vengono neppure sentiti. Io credo che l’amministrazione debba essere come un buon padre di famiglia, debba trovare diverse soluzioni, senza creare una dipendenza atta alla mera elargizione pecuniaria. E’ questo il problema principale. Come si è cercato di arginare il gap tra cittadini e amministrazione nel superare le difficoltà? Sono queste le risposte che bisogna dare dal momento che si è cercato di potenziare il servizio sociale utilizzando, come si evince dalle delibere, risorse umane esterne. Credo che si possono trovare soluzioni alternative ai cantieri e all’elargizone di denaro attraverso il coinvolgimento di esperti e l’attuazione di progetti di inclusione sociale o iniziative con partner terzi (Coldiretti sta portando avanti un progetto dedicato agli orti sinergici, ovvero degli orti di città, gestiti dai cittadini che producono verdura che può essere utilizzata dalle famiglie a costo zero e allo stesso tempo creare la cultura del rispetto del bene comune), oppure iniziative di inclusione sociali come l’arte partecipata, etc. Sono piccoli gesti di interesse, sensibilità e rispetto. In un anno devo essere sincero ho visto staticità nell’amministrazione, e non sono l’unico a dirlo ma sono i cittadini ad averlo notato e averne parlato con me. Vedono l’amministrazione lontana e non vicina a loro, ad ascoltare i problemi, le necessità della gente. Come si possono capire i problemi delle persone quando non si hanno contatti diretti con loro? Lo stesso primo cittadino, nell’intervista del giorno dopo, afferma che il ruolo dell’amministrazione è pressoché limitato al mero compito di riscuotere le tasse e non ad altro. Non mi spiego allora i soldi che stanno uscendo per attività culturali o altro, per riqualificazioni energetiche, etc. Anche io come lei credo che spesso si è talmente umili da non chiedere aiuto però è compito di un buon padre ascoltare. La natura ci ha dato due orecchie, ma soltanto una bocca, proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà…

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