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Anatema di un muralista: «Oggi solo banali decori». L’artista Ferdinando Medda, storico militante del movimento, salva soltanto Orgosolo

di Davide Batzella Letto 3.824 volte0

cavallino casa caboni, nando medda

«Bellu, bellu». I vecchi erano disposti in riga, come una giuria di massimi esperti. Piantati davanti all’affresco, ne ammiravano i colori e ne esaminavano il disegno con lo sguardo pieno di stupore. «Bellu eh. E ita oi nai?», domandò quello più sveglio. Già, che cosa dice? Alla fine è questo il senso di un murale, che altro sennò.

«Glielo spiegai: è un messaggio contro la caccia. Mai l’avessi fatto. Contro la caccia? Eh no, e che storie sono, e cosa ti è saltato in testa. Finì che andarono via molto, molto arrabbiati. E tanti altri si adirarono, poi. Ma ero contento così, dopotutto avevo colto nel segno». Quella sua prima opera oggi si vede appena, un alone sul muro vicino alla casa di famiglia a Serramanna. Sono passati trentotto anni, Ferdinando Medda un paio di volte l’ha pure restaurata, una mano di colore per ravvivare il messaggio che non muore mai. «Il muralismo è militanza. È denuncia, manifesto di battaglia per un mondo migliore, messaggio di libertà, riscatto sociale, uguaglianza, difesa dell’ambiente. Il resto, ovvero tutti questi muri imbrattati in tanti, troppi paesi della Sardegna, è solo decorazione, disegni fatti magari con una buona tecnica. Ma, per favore, nessuno li chiami murales».
Tra dodici mesi andrà in pensione e saluterà i suoi allievi dell’Istituto d’Arte di Nuoro dove insegna dal 1985. Ma a 65 anni, costruita una solida fama d’artista, Ferdinando Medda resta prima di tutto un muralista militante. Un rivoluzionario, uno che nei cannoni ha messo idee dipinte a colori. Trascorre l’estate a Serramanna, il paese natale, nell’abitazione di famiglia dal piano terra fresco come un santuario.

«Le case di una volta…». A settembre rientrerà a Nuoro. «Poi deciderò dove stabilirmi dopo la pensione. Chissà, magari compro una casetta al mare in Baronia».

Il murale contro la caccia è ormai scolorito, ma con la tinta non è certo andato via lo spirito di quella e di altre battaglie. «Com’è possibile tollerare tanta mistificazione del muralismo? Ovunque, ma soprattutto nei centri del Nuorese, del Sassarese e pure della Planargia dove non c’è mai stato il movimento, vedi queste enormi decorazioni persino sulle facciate di antiche case. E tutto ciò è il risultato di laboratori avviati con il sostanzioso contributo delle amministrazioni comunali». Battaglia o no, alcuni sono molto belli. «Vero, ma non è questo il punto. Lo ripeto, io non boccio le decorazioni, contesto la mistificazione del muralismo. Chiarito questo, una pittura la dovrai pure fare nel giusto contesto, no? E invece vedi questi giganteschi disegni anche sulle facciate delle chiese e degli edifici storici. Uno scempio». Tra i paesi «feriti», come li chiama lui, ci sono Fonni, Sindia, Lodine, Irgoli.

«L’unico paese in Sardegna che ha conservato integralmente lo spirito di militanza politica del murale – avvisa – è Orgosolo. Altrove, nessuno più si prende la briga di protestare e di lanciare un messaggio. Si pensa soltanto a far bene un disegno e a portare a casa i soldini puliti». Orgosolo, e neanche più San Sperate il paese dove nel 1968 Pinuccio Sciola dipinse il primo murale nell’isola. Nel centro della Barbagia (dove oggi il patrimonio museale a cielo aperto richiama ogni anno 150 mila turisti ndr ) il movimento venne avviato nel ’75 da Francesco Del Casino, pittore toscano e docente di educazione artistica alle Medie. Poi fu la volta di Serramanna, e di Villamar dove arrivarono gli esuli cileni Alan Jofrè e Uriel Parvex.

«Il movimento sardo del muralismo venne considerato una rivelazione persino al Beaubourg di Parigi, dove eravamo paragonati agli esponenti del Messico e dell’America Latina, patria di questa forma d’arte», racconta Ferdinando Medda.

Lui cominciò nel ’75, appunto, al suo rientro in paese dopo gli studi all’Accademia di Brera. «Ma la mia militanza – puntualizza – è nata a Milano». Erano anni di grande fermento. Politica impegno arte e cultura. «Quante battaglie». Una volta, era il 1981, l’hanno chiamato da Modena. Il Comune e quelli del dopolavoro ferroviario gli commissionarono un murale contro la caccia, come quello che aveva fatto a Serramanna. Lo volevano uguale, sui muri della stazione dei treni. Partì con due amici del suo paese e due di Villamar. «Un’esperienza meravigliosa: con noi, al lavoro, c’erano tutti i bambini della città».

P. Serusi – L’Unione Sarda del 19/08/2013

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