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Recensione L’Armata Perduta di V. M. Manfredi

di Davide Batzella Letto 5.501 volte1

di Manuela Orrù

Un nuovo articolo per la rubrica “Non solo di pane“: dopo “Le parole sono finestre (oppure muri)” (clicca qui per leggere il post) è stato recensito il romanzo L’Armata Perduta di V. M. Manfredi.

La storia sono loro.

copertina-L'Armata-Perduta

La grande storia, quella che studiamo a scuola traccia le vie dei popoli, delle nazioni, sovverte imperi, innalza uomini e brucia le vite degli individui coinvolti e trascinati da avvenimenti troppo grandi e incontrollabili.

L’Armata perduta è un esercito di tredicimila mercenari greci assoldati da Ciro per spodestare il fratello Artaserse, Gran Re di Persia. Li comanda un generale spartano Klearcos.

Nello scontro con l’esercito persiano Ciro muore, così l’esercito mercenario si ritrova senza la “ratio” per cui combattere e stretto tra due forze: quella persiana, che non vuole si sappia che un esercito così è arrivato alle porte di Babilonia; e quella greco-spartana, che ha appoggiato Ciro in segreto mentre ufficialmente è alleata di Artaserse. Dunque tale esercito deve scomparire. Ma gli uomini che lo compongono e lo comandano non sanno cosa sia la resa e vogliono tornare a casa. Tra mille difficoltà, altrettante battaglie e tragici avvenimenti, ci riusciranno.

Incredibilmente l’io narrante è affidato a una donna, una tra le tante che seguono un esercito così numeroso di uomini. Leggendo i libri di storia, le donne non le troviamo mai come protagoniste e nella cultura greca, misogina e patriarcale quelle che conosciamo sono regine o dee. Le donne dell’armata perduta sono le amanti, le consolatrici, le sollazzatrici, le schiave bambine ingravidate, col compito di mantenere “l’equilibrio fisico e la sanità di mente” di quei guerrieri che inossidabili non erano. Così li seguono nel loro destino, compagne anche nella morte.

Mai nessuno storico ci dirà se l’azione isolata di una donna possa avere influenzato gli eventi, ma l’autore vuole immaginarlo e io voglio crederlo possibile. Ed è lei, protagonista narrante, Abira, la siriana, che si fa portavoce dei desideri di Manfredi e di tutti coloro che amano le storie di uomini e durante una pausa dalla marcia stremante osserva quei soldati che cercano nel riposo qualche momento di oblio e pensa: “ Avrei voluto conoscere i loro pensieri”.

Valerio Massimo Manfredi non si smentisce, mantenendo grande rigore storico e allo stesso tempo da voce a quegli uomini e quelle donne che la storia sembra la subiscano, invece la scrivono con il loro coraggio, la crudeltà, la speranza e l’audacia della coscienza di chi sono, chi erano i loro antenati e dove dovevano arrivare. Bellissime certe descrizioni dei paesaggi, forse un po’ noiose alcune parti del viaggio. Ma nella memoria del lettore resta lo schieramento di un esercito con i mantelli rossi, e l’elmo e il cimiero al vento, il grande scudo al braccio e la potenza e la fierezza che emanavano con il loro urlo di guerra.

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Commenti (1)

  1. Bel libro, l’ho “divorato” l’anno scorso in pochi giorni.
    Mi permetto di consigliare dello stesso autore “Otel Bruni”, ambientato durante la prima e la seconda guerra mondiale.

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