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Gioventù in erba

di Samuele Pinna Letto 5.898 volte4

Israel grows medicinal marijuana in Safed

di Bruno Garau

(Medico di Famiglia – Specialista in Farmacologia)

Con l’abrogazione, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale, della Legge Fini-Giovanardi, si è riacceso nell’opinione pubblica italiana il dibattito, mai sopito, sulla legalizzazione delle cosiddette “droghe leggere”, e in particolare dei derivati della Cannabis.

Anche a seguito delle sconcertanti rivelazioni e dei filmati scioccanti della recente trasmissione di Rai 3 (Presa diretta – L’erba del vicino) credo sia opportuno fissare sull’argomento alcuni punti scientificamente oggettivi e non influenzati da tendenze ideologiche di parte, onde sgombrare il campo da falsi miti e pericolose sottovalutazioni. L’utilizzo, infatti, dell’appellativo di “leggere” per alcune sostanze d’abuso rischia di trasformarsi in un grosso rischio per la salute di una categoria particolarmente esposta e fragile, come quella degli adolescenti.

Si ritiene che l’uso della canapa indiana sia cominciato circa 5.000 anni fa in età neolitica,  a partire dalle steppe dell’Asia centrale e dei territori dell’attuale Afghanistan, soprattutto per l’utilizzo delle sue fibre in campo tessile e nella fabbricazione di cordami; ma altrettanto antica è la scoperta delle sue proprietà gratificanti, che l’hanno perciò resa una delle droghe più antiche e diffuse al mondo. La conoscenza di questa pianta si sarebbe poi diffusa in Cina e in India, dove era ritenuta di origine divina, perché derivata dalla metamorfosi dei peli della schiena di Visnù, e veniva chiamata con vari epiteti, tra cui quello di Ananda (in sanscrito : gioia profonda; beatitudine). Nel mondo islamico, gli arabi appresero l’uso della canapa dall’India e dalla Persia, tributandole una grande considerazione, e inserendola nella loro farmacopea come sostanza dispensatrice di voluttà ed evasione: Hashish in arabo significa erba. Il termine ”assassini”, con cui in Europa si indicavano i componenti di un corpo armato di giovani sicari islamici, plagiati e privati della volontà, deriva dall’arabo hashishen, cioè dediti all’erba. Dal mondo arabo, tramite la Spagna, la conoscenza della canapa indiana si diffuse al continente americano nel XVI secolo, dopo la scoperta da parte di Colombo. Marijuana è il termine colloquiale di origine messicana, riferito a qualsiasi parte della pianta, o di suoi estratti, in grado di produrre effetti somatici e psichici sull’uomo. Nell’Ottocento, con la conquista dell’impero Ottomano da parte di Napoleone, la riscoperta dell’hashish si impose tra le sostanze psicotrope nella cultura francese (Rabelais, Dumas, Baudelaire) ed europea, dove prima regnavano soltanto l’alcool e l’oppio.

Il genere Cannabis viene solitamente suddiviso in tre specie: 1) Cannabis sativa (= utile); 2) Cannabis indica (= indiana); 3) Cannabis ruderalis. In condizioni di normale crescita è una pianta a ciclo annuale, dioica (cioè con piante distinte maschili o femminili). La cannabis produce più di 400 sostanze chimiche, una sessantina delle quali formano la categoria dei “cannabinoidi”. Di questi, l’isomero responsabile della maggior parte degli effetti psicoattivi è il delta 9-tetraidrocannabinolo (THC); vi sono poi il cannabinolo e il cannabidiolo, che non danno effetti psichici ma possono interagire col THC, modulandone la potenza.

I prodotti illegali della Cannabis sono suddivisi in tre categorie: la marijuana; l’hashsish; la cannabis liquida (olio di hashish). Per marijuana (erba) si intende lo stupefacente ottenuto da foglie e infiorescenze femminili essiccate, più ricche di THC: tra 0,5 – 5%; viene fumata da sola o mischiata con tabacco tramite sigarette, pipe o narghilè, oppure viene ingerita come infuso o tisana o miscelata ad altri cibi. L’hashish è ottenuto dalla resina di Cannabis ed ha un contenuto di THC tra 4 e 21%; anch’esso può essere fumato mischiato al tabacco, o ingerito per via orale. La cannabis liquida è invece un estratto concentrato, mediante un solvente organico, sia di parti erbose che di resina di cannabis, e presenta una percentuale di THC che può superare il 60%.

Il cosiddetto “spinello” (canna, joint) contiene da 5 a 150 mg di THC, che viene solo in parte inalato. La quantità assorbita dipende infatti da numerosi fattori, a partire dalla concentrazione di THC del prodotto effettivamente usato. Nell’uso occasionale, già 2-3 mg assorbiti sono in grado di produrre effetti psichici, mentre i fumatori cronici sono abituati a dosi assai maggiori, perché sviluppano tolleranza. Nella ricerca sperimentale sull’uomo le dosi lieve, media e pesante corrispondono rispettivamente a 10, 20, 25 mg.

Il THC raggiunge il picco ematico dopo circa 10 minuti dall’inalazione, ma poi declina nel sangue rapidamente fino al 10% della dose iniziale, perché in parte viene metabolizzato e in parte viene assorbito, come tale, dal tessuto adiposo. Quando la Cannabis viene fumata, gli effetti euforizzanti compaiono entro qualche minuto, raggiungono un picco entro 30 minuti e durano 2-4 ore; alcuni degli effetti motori e cognitivi durano 5-12 ore. A seguito di somministrazioni ripetute, come accade nell’uso abituale, l’accumulo di THC nel tessuto adiposo aumenta e si associa a un lento e costante rilascio nel sangue. Per conseguenza, tale sostanza viene rilevata nei liquidi organici per giorni e anche settimane (28-45 giorni).

Studi clinici hanno riportato che le urine di coloro che fanno uso cronico di cannabis risultano positive ai cannabinoidi per molte settimane dopo l’interruzione dell’uso.

Il THC agisce sul Sistema Nervoso Centrale e modifica la concentrazione di molti neurotrasmettitori quali la noradrenalina, la dopamina, la serotonina e l’acetilcolina, inducendo i seguenti effetti:

  • un senso di elevato benessere (con cui tipicamente inizia l’intossicazio¬ne);
  • aumento del tono dell’umore,
  • euforia con risate inadeguate e abbondanti;
  • loquacità;
  • sedazione;
  • rilassamento;
  • letargia;
  • disturbi delle capacità cognitive (ad esempio, memoria a breve termine, capacità critica);
  • disturbi motori;
  • disturbi delle abilità psicomotorie (ad esempio, la compromissione della coordinazione dei movimenti e l’aumento del tempo di reazione che interferiscono con la prestazione alla guida di un automobile);
  • disturbi delle capacità percettive sensoriali (alterata percezione dello spazio, sensazione di rallentamento del tempo, e in genere aumentata sensibilità verso gli stimoli esterni: fa vedere nuovi dettagli e fa sembrare i colori più brillanti);
  • modificazione dello stato di coscienza (il mondo viene visto come in sogno, il fluire delle idee aumenta);
  • può presentarsi una psicosi tossica acuta con alterazioni gravi delle percezioni (illusioni e allucinazioni);
  • possono verificarsi stati d’ansia e attacchi di panico (i consumatori occasionali senza esperienza hanno maggiori probabilità di avvertire sintomi d’ansia rispetto ai consumatori abituali);
  • occasionalmente si verificano disforia (alterazione dell’umore in senso depressivo, accompagnato da agitazione e irritabilità) o ritiro sociale.
  • questi effetti psicoattivi sono accompagnati da due o più dei seguenti sinto¬mi fisici, che si sviluppano entro 2 ore dall’assunzione della sostanza:
  • arrossamento degli occhi,
  • aumento dell’appetito,
  • secchezza della bocca,
  • aumento della frequenza del battito cardiaco.

Vediamo ora come la Cannabis esercita i suoi effetti sul sistema nervoso centrale. Fino agli anni ’70 si pensava che il principio attivo della Cannabis, il THC, agisse come l’alcol, modificando lo stato di aggregazione dei lipidi e delle proteine delle membrane dei neuroni , grazie alla sua grande liposolubilità. Solo sul finire degli anni ‘80 si scoprì invece che nel cervello dei mammiferi, incluso l’uomo, esistono dei siti di legame specifici e in numero finito, ai quali il THC si lega ad alta affinità, e la cui distribuzione cerebrale è coerente con i suoi effetti centrali: i recettori dei cannabinoidi, denominati CB1 e CB2.

Analogamente ai recettori per la morfina e gli oppiacei, anche i recettori  CB1 e CB2  non si trovano nel cervello umano per poter godere degli effetti  gratificanti della Cannabis,  né per creare dipendenza, ma perché svolgono un ruolo importante nelle funzioni cerebrali. Esistono infatti una serie di agonisti endogeni di questi recettori, chiamati endocannabinoidi (come l’anandamide, dal sanscrito Ananda),  che si producono localmente per azione di enzimi specifici sui lipidi di membrana dei neuroni , influenzando la trasmissione dell’informazione in specifiche aree cerebrali , e i fenomeni di neuroplasticità implicati nell’apprendimento e nello sviluppo cerebrale.

A seguito della mappatura cerebrale, si è scoperto che tali recettori hanno una distribuzione molto conservata in numerosi mammiferi, incluso l’uomo, e vi è un’ottima correlazione tra la loro localizzazione e gli effetti psichici della Cannabis. Infatti, vi sono pochi recettori sul  tronco cerebrale, dove stanno i centri regolatori del respiro e della funzione cardiaca, su cui infatti i cannabinoidi hanno effetti modesti. Al contrario, si riscontra un’alta densità di recettori nel cervelletto, dove risiede il controllo dell’attività motoria, tipicamente alterata dai cannabinoidi. E ancora alte densità di recettori si ritrovano nella corteccia cerebrale e nell’ippocampo, aree fondamentali per l’apprendimento e la memoria, che vengono classicamente alterate dai cannabinoidi. Un’elevata densità dei recettori CB1 è presente nei Gangli della Base, deputati a garantire la permanenza dei comportamenti abituali appresi, e ciò spiega la capacità della Cannabis di alterare la guida secondo un percorso abituale. Sotto l’effetto della Cannabis il soggetto cerca di compensare la compromissione della modalità automatica, regredendo a una modalità tipica dei principianti.  Studi epidemiologici mostrano che la guida sotto l’influenza della Cannabis raddoppia il rischio di incidenti mortali e amplifica l’effetto dell’alcol, nel senso che la loro associazione determina un rischio superiore alla somma di ciascun fattore preso individualmente.

Una caratteristica fondamentale di tutte le sostanze che creano dipendenza è la capacità di aumentare i livelli di un particolare neurotrasmettitore, la dopamina, in una struttura del cervello chiamata nucleo accumbens, che si trova nel corpo striato. L’intensificata trasmissione di dopamina nel cosiddetto “circuito della gratificazione”, durante l’uso della sostanza, è ritenuta la causa dell’effetto piacevole percepito dal soggetto, e dell’innesco del meccanismo che motiva il comportamento di ricerca della droga (Gessa et al., 1998). Gli stessi circuiti neuronali dopaminergici vengono attivati dagli stimoli gratificanti naturali: per esempio, stimoli primari come il cibo, l’acqua , il sesso. E’ stato dimostrato che anche il THC induce la liberazione di dopamina nel corpo striato in organismi umani. I risultati di questa ricerca suggeriscono che la cannabis porti a rischio di dipendenza, e implicano che il sistema endocannabinoide sia coinvolto nella regolazione del rilascio della dopamina nello striato.

I soggetti con dipendenza da cannabis mostrano un uso compulsivo della sostanza con vari problemi associati. Questi soggetti possono passare diverse ore al giorno a procurarsi o a consumare la sostanza, il che spesso interferisce con la vita familiare, la scuola, il lavoro e le attività ricreative; nonostante ciò, essi continuano ad usare abitualmente la cannabis. Le persone con dipendenza da cannabis possono anche persistere nell’uso della sostanza nonostante la consapevolezza di problemi fisici (ad esempio, tosse cronica correlata al fumo) o psicologici (per esempio, sedazione eccessiva da uso ripetuto di dosi elevate) legati all’abuso della sostanza.

E’ utile sottolineare che il cervello è un organo che inizia lo sviluppo nel periodo prenatale e continua la sua maturazione dopo i 20 anni. Gli adolescenti si trovano, quindi, in un periodo critico per quanto riguarda lo sviluppo cerebrale, e per questo motivo risulta di fondamentale importanza cercare di evitare che il cervello sia esposto alla cannabis ed a qualsiasi altra sostanza d’abuso. Due sono i periodi in cui il cervello dei minorenni può venire esposto alla cannabis: il periodo prenatale (a causa del consumo di cannabis da parte della madre) e quello post-natale, in particolare l’adolescenza (età in cui generalmente avviene il primo contatto con la sostanza d’abuso).

Gli studi sugli effetti cognitivi dell’uso di cannabis riportano deficit nell’attenzione, nell’apprendimento, nella memoria, nella flessibilità mentale e nella velocità di processamento delle informazioni. L’associazione di questi danni neuropsichici con l’uso cronico di cannabis è biologicamente plausibile: le aree dell’encefalo primariamente coinvolte con queste forme di funzionamento cognitivo includono la corteccia prefrontale, l’ippocampo e il cervelletto. E’ stato da tempo dimostrato che l’uso di cannabis altera il funzionamento di queste aree cerebrali ricche di recettori cannabinoidi.

Mentre la letteratura sui danni provocati dalla cannabis sul cervello dell’adulto è piuttosto ampia, gli studi sugli effetti di questa sostanza sul cervello degli adolescenti sono più sporadici, ma la ricerca in questo settore si è ampliata recentemente da quando vi è la possibilità di avvalersi di moderne tecnologie, come le neuroimmagini, tecniche non invasive che consentono di esaminare la struttura ed il funzionamento cerebrale.  Stanno emergendo così  nuove certezze sulla pericolosità di hashish e marijuana: gli studi che hanno seguito per 10-15 anni persone che ne hanno fatto ampio uso dimostrano come queste sostanze aumentino l’incidenza di psicosi e depressione. Per di più, spesso le droghe cosiddette “leggere“ si accompagnano a una condotta di vita non salutare, che ne peggiora gli effetti:  bere alcol e insieme fumare una canna moltiplica i danni creati dall’abuso delle singole sostanze.  Il fumo di cannabis, poi, è tossico sui polmoni tanto quanto quello di sigaretta, se non di più: anche per le modalità con cui il fumo viene aspirato più in profondità  nei polmoni, una sola canna equivale alla capacità pro-tumorale di un pacchetto di sigarette. Infine, mettersi alla guida dopo aver fumato cannabis è pericoloso perché il THC rende tutti simili a dei principianti al volante.

Anche il prof. Gaetano Di Chiara, farmacologo dell’Università di Cagliari ed esperto di Neurofarmacologia delle dipendenze, ha lanciato più volte l’allarme nei confronti della sottovalutazione, fra i giovani, dei rischi legati all’uso delle droghe leggere, invitando famiglie e istituzioni a non abbassare la guardia: «Il principio attivo della cannabis, il tetraidrocannabinolo o THC, non è leggero per niente.

L’equivoco nasce perché nell’ erba usata per preparare le canne la concentrazione di THC era in passato mediamente bassa. Però, negli anni sono state selezionate varietà di piante che ne contengono molto di più, fino al 10-15%. E il THC ha effetti potentissimi sul sistema nervoso centrale, perché agisce su recettori presenti in abbondanza in aree essenziali per l’apprendimento e la plasticità cerebrale». Una ricerca che ha seguito per anni i ragazzi di una cittadina neozelandese ha dimostrato come l’uso regolare di cannabis (almeno 4 volte a settimana per 10 anni) riduca il quoziente intellettivo da adulti, oltre ad alterare le funzioni cognitive mentre se ne fa uso. Altri studi mostrano che le canne sono in grado di accelerare e facilitare la comparsa dei disturbi psicotici in soggetti predisposti, con un aumento dei casi di mania, depressione e schizofrenia: per ora non è aumentata l’incidenza generale di queste patologie, ma la risposta definitiva si avrà solo fra 10 o 20 anni, quando saranno adulti i ragazzi della generazione che ha “sdoganato” le canne a un consumo abituale.

La marijuana incide dunque in maniera profonda nelle funzioni che noi consideriamo squisitamente umane. Come a dire che modifica radicalmente l’azione del nostro cervello facendoci agire diversamente da come faremmo senza averla assunta. Considerarla innocua, dunque, sarebbe quanto meno semplicistico.

L’ultima indagine fatta in 250 scuole fra la popolazione degli istituti secondari italiani, nella fascia d’età 15-19 anni, ha registrato negli ultimi 10 anni un abbassamento ulteriore dell’età della prima iniziazione alla droga fino all’età di 11 anni.
Il punto cruciale è che la gravità degli effetti della marijuana dipende dall’età di iniziazione alla sostanza.
Se si cominciano a fumare spinelli quando la struttura psichica è già formata l’effetto è minore. Ma se si assume marijuana nella prima adolescenza, la personalità si costruisce in funzione della sostanza e il rischio di dipendenza e di danni irreversibili diviene sempre più concreto.

Per quanto riguarda gli apparati respiratorio e cardiocircolatorio, il fumo di Cannabis presenta un rischio per la salute almeno identico a quello del tabacco, con bronchiti croniche, possibilità di tumori maligni, cardiopatia ischemica e infarto miocardico. Un bersaglio poco noto degli effetti della Cannabis, al di fuori del sistema nervoso centrale, è rappresentato dall’apparato sessuale maschile.

Se negli anni ’70 la cannabis era considerata la “droga dell’amore”, poiché i suoi consumatori dichiaravano un miglioramento della proprio vita sessuale, i risultati di uno studio pubblicato nel 2011 hanno mostrato invece un collegamento tra l’utilizzo di marijuana e la disfunzione erettile, individuando anche nel pene un recettore per il THC, che funge da inibitore nell’erezione. I recettori sono infatti situati sulla muscolatura liscia del pene e questo induce effetti sulla funzione erettile, di cui la muscolatura liscia è responsabile per il 70%. I giovani maschi dovrebbero pertanto essere informati dei rischi di compromissione di una futura soddisfacente vita sessuale in età adulta. Insomma, un autentico “colpo basso”…

Per concludere, è necessario parlare anche di alcuni effetti terapeutici della Cannabis, che si sono rivelati utili nel trattamento di alcuni sintomi associati a patologie croniche o incurabili. I cannabinoidi sono utilizzati come terapia complementare nella gestione del dolore oncologico. In questo caso, i farmaci di prima linea restano gli oppiacei e i narcotici analgesici, ma i cannabinoidi possono avere il ruolo di adiuvanti, potenziando l’azione dei narcotici analgesici.

Nella terapia della spasticità nella sclerosi multipla, si è dimostrato efficace un estratto di Cannabis applicato come spray orale.La marijuana contiene dei componenti che hanno dimostrato una certa efficacia anche contro la nausea e il vomito causati dalla chemioterapia.

Vi sono poi casi singoli e testimonianze di persone che hanno sperimentato effetti terapeutici notevoli, tra cui anche un paziente affetto da epilessia che ha riferito una remissione delle crisi dopo assunzione di marijuana, ma questi casi sono ancora in corso di verifica.

La Cannabis terapeutica è disponibile sia sotto forma di analoghi di sintesi non vegetali (il farmaco Sativex, dispensato dal Sistema Sanitario Nazionale in caso di patologie specifiche) sia sotto forma di analogo vegetale (nabilone). Questi farmaci vengono somministrati per via orale o intramuscolare, quindi senza che vi sia alcuna sovrapposizione con le vie di assunzione voluttuarie, tant’è che nei Paesi in cui tali farmaci sono già disponibili da più tempo, questo non ha prodotto alcun incremento dei tassi di assunzione di Cannabis a scopo ricreativo.

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Commenti (4)

  1. Nello scrivere questa seppure incompleta sintesi delle attuali conoscenze scientifiche sugli effetti neurochimici e fisici della Cannabis, il mio unico obbiettivo non era certo di esaurire l’argomento. Ho evitato volutamente di addentrarmi in disquisizioni di tipo antropologico, sociale o filosofico-religioso, per le quali non mi sento adeguatamente attrezzato. Ciò che invece più mi premeva sottolineare (come già si evince dal titolo) era soprattutto il fatto che l’uso di qualsiasi sostanza psicotropa ( legale o illegale, leggera o pesante) da parte di individui giovani ancora in fase di accrescimento, non è certo priva di effetti a lungo termine, e comporta modificazioni talora irreversibili, di cui si pagheranno le conseguenze per il resto della propria (e altrui) esistenza. Insomma, un individuo adulto è libero di operare e valutare le proprie scelte a ragion veduta, e l’impatto di queste sulla propria salute e sulla propria vita è certamente ben diverso, rispetto a quanto accadrebbe nella psiche e nel fisico di in un individuo giovane e ancora immaturo. Peccato, purtroppo, che questa fondamentale differenza venga spesso volutamente occultata, e non emerga dai messaggi falsamente rassicuranti o semplicistici che giungono continuamente ai nostri ragazzi, con l’allettante promessa di una meravigliosa esperienza mentale sotto l’influenza di droghe sempre nuove e a volte sconosciute, “spacciata” come priva di conseguenze, e migliore rispetto ad una “normale” vita reale. Bruno Garau

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