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Il Sardo: Lingua o Dialetto?

di Simone Lasio Letto 8.412 volte1

di Mauro Sanna

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Quando si affronta la ”spinosa” questione se il sardo sia una lingua o un dialetto è importante innanzitutto non essere emotivi né faziosi. Di solito la querelle arriva sulle colonne dei giornali quando un giudice decide l’inattendibilità di una testimonianza se espressa in sardo, o quando un politico stabilisce che, in quanto dialetto, il sardo non può essere utilizzato in un documento ufficiale. Sia il giudice che il politico, probabilmente per avere un grattacapo in meno, cadono nella faziosità, e non esitano a liquidare la questione del sardo con snobismo e superficialità.

D’altra parte chi si sente profondamente radicato nella cultura sarda rischia di farsi coinvolgere emotivamente e considerare il sardo una lingua un po’ per partito preso, senza sentire il bisogno di motivare le proprie convinzioni.

Per affrontare efficacemente questa materia dobbiamo prima cercare gli strumenti più adatti e quindi prepararci ad accettare serenamente i risultati della nostra indagine, al di là di ciò che il nostro cuore desidera. Esistono numerosi e diversi approcci allo studio di lingue e dialetti, nel nostro caso io preferisco quello della scuola britannica, in quanto trovo che il sardo e l’inglese abbiano dei parallelismi interessanti.

Prima di tutto vorrei chiarire che non possiamo fare dei discorsi sul linguaggio se non lo leghiamo alle persone che lo parlano: le caratteristiche e la diffusione di una lingua non sono elementi a sé stanti ma dipendono totalmente dal popolo che la parla e dalle sue vicissitudini politiche. Noi ragioneremo tenendo sempre questo in mente.

Cercare di definire cosa è lingua e cosa è dialetto può portarci in molte direzioni, l’approccio inglese ci aiuta a evitare inutili bivi in quanto va dritto al cuore del problema suggerendo l’idea che un dialetto è una variante locale di una lingua che ha una forma standardizzata. Una lingua standardizzata è la lingua che risponde ai bisogni linguistici di uno stato centralizzato, che la utilizza in istituzioni amministrative, educative, religiose, una lingua sviluppata in tutte le sue possibilità, percepita (del tutto arbitrariamente) come pura e autentica, che conferisce prestigio a chi la padroneggia. Ma se consideriamo dialetto una variante di una lingua standardizzata, allora è immediatamente escluso che il sardo possa essere un dialetto dell’italiano, prima di tutto per motivi cronologici, in quanto veniva parlato secoli prima che l’italiano avesse una forma standard. Il sardo fa parte invece delle lingue neolatine come l’italiano, il francese, il portoghese, lo spagnolo, il rumeno, al punto che più di tutte le altre ricorda nelle sue strutture la lingua d’origine. Come si vede, basta cominciare ad approfondire la questione per arrivare alla sua soluzione, il problema esiste solo a livello superficiale, di chiacchera da bar, o sollevato dall’arroganza interessata di qualcuno, un po’ come la presunta rivalità fra i Beatles e i Rolling Stones, che faceva comodo ai giornali ma che in realtà era inesistente. Ecco perché l’aggettivo spinosa della prima frase è virgolettato.

È più interessante e utile cercare di capire che tipo di lingua sia il sardo. Parlavo prima di parallelismi fra questo idioma e l’inglese. Come il sardo, l’inglese veniva parlato in un’isola che aveva diversi centri di potere indigeni senza che nessuno di loro fosse in grado di imporre il proprio dominio a tutto il territorio. In ciascun regno l’inglese veniva parlato con caratteristiche diverse, e questa situazione è andata avanti per secoli anche dopo l’unificazione politica del 1066 ad opera dei francesi, in quanto la lingua standard, quella che doveva essere condivisa da chi faceva parte delle istituzioni, era il francese, mentre l’inglese, parlato fuori dai circuiti ufficiali dello stato, continuò a esistere sotto forma di varianti regionali. Quando finalmente in Inghilterra la monarchia passò da mani francesi a mani inglesi, una di quelle varianti divenne una lingua standardizzata, capace di rispondere a tutte le necessità di uno stato moderno, venne insegnata nelle scuole, fissata nelle sue regole, le varianti dialettali cominciarono a essere considerate scorrette e poco prestigiose, il loro uso venne scoraggiato.

Il sardo a mio parere si trova nella situazione dell’inglese del 1300. L’Inghilterra però a un certo punto ha avuto una unità politica non imposta da uno stato straniero e quindi ha potuto selezionare una lingua standard fra i vari idiomi locali, mentre questo in Sardegna non è mai avvenuto. Ricordiamo sempre che una lingua si afferma solo quando viene parlata da un gruppo di persone che sono capaci di imporre la propria autorità politica (vedasi la diffusione dell’Inglese nel mondo nei due secoli passati). La mancanza di un centro di potere indigeno impedì quindi la nascita dell’esigenza di selezionare una variante linguistica sarda che prendesse il sopravvento sulle altre, rendendo così permanente la convivenza delle diverse forme di sardo. La situazione linguistica attuale è che la lingua standard, quella delle istituzioni, in Sardegna è l’italiano, che ci piaccia o no, mentre il sardo, in forme diverse a seconda della propria appartenenza geografica, viene utilizzato ( meno di quanto sarebbe auspicabile) per i bisogni ordinari delle persone. Siamo in una situazione che viene definita bilinguismo diglossico, con una lingua utilizzata nei domini linguistici alti e una utilizzata nei domini bassi. Ciò naturalmente non significa che qualcosa ci vieti di promuovere e utilizzare il sardo anche in contesti ufficiali, in forma sia orale che scritta.

Queste considerazioni dovrebbero suggerire cautela anche quando in ambito regionale si cerca affannosamente di isolare una varietà di sardo che possa essere rappresentativa di tutta l’isola e quindi essere utilizzata in occasioni formali. Si sentono quindi i soliti discorsi arbitrari a favore di una lingua che possa essere standard, si parla di maggiore o minore purezza, autenticità etc. Alternativamente qualcuno propone di dar vita a tavolino a una lingua che contenga elementi comuni a tutte le varianti, ma è già stato dimostrato che questo tipo di operazione è fallimentare (vedi il caso dell’esperanto), sappiamo quali sono i veri fattori che determinano il successo di una lingua. È quindi sterile immaginare una nuova forma di sardo o fare una scelta in favore di una delle sue varianti.

Alla luce di questi ragionamenti la presunzione di poter cambiare il corso naturale di una lingua appare chiaramente come una mera illusione. Non solo, è anche un desiderio perfettamente inutile, ricordiamo che una lingua non standardizzata non è per questo inferiore o peggiore rispetto a una che lo è, semplicemente risponde a bisogni linguistici diversi. In conclusione il sardo non ha niente da emendare, è una lingua che come tutte le altre è lo specchio della storia del popolo che la parla, deve quindi esserci caro proprio per questo, ed essere ritenuto un altro regalo prezioso di un’isola orgogliosamente non standardizzata.

Mauro Sanna

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Commenti (1)

  1. Adoro il pragmatismo inglese, il loro andare dritti al cuore delle questioni! Dunque l’uso del loro metodo ci porta a questa conclusione: il sardo è una lingua. Devo ammettere che questa conferma niente aggiunge a quello che già sentivo dentro di me, che già sapevo senza bisogno di avvalli accademici e ufficiali. Hai ragione Mauro, il sardo non può e non deve essere ridotto ad una lingua che contenga elementi delle varianti di zona. Secondo me questa è una querelle a uso e consumo di coloro che il sardo lo vogliono boicottare, affossare nelle pinnicche legislative e burocratiche che faranno scorrere il tempo implacabile e allontanerà dal recupero culturale e storico che la conoscenza della nostra lingua necessita.. La legge del 1997, che ha finanziato nelle amministrazioni pubbliche l’istituzione di Uffici di Lingua Sarda, non è sufficente a fermare l’abbandono progressivo, generazione dopo generazione, della lingua dei nostri avi. In conclusione è vero che il sardo non ha niente da emendare, ma ha tutto da recuperare, recriminare, difendere, sperare nella consapevolezza di quel popolo che lo parlava ( uso, mestamente, il passato..), rivendicare la sua storia che oggi nessuno insegna ai nostri figli. Spero che il destino della nostra lingua non sia quello del popolo che la parla, perchè la storia dei sardi è la storia dei vinti, e oggi, con l’inglese a farla da padrone anche agli esami universitari, il futuro de sa limba non voglio dire che sia segnato, ma certamente avrà vita sempre più difficile. Ti saludu cun stima

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