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Intervista a Anna Ortu Dessì, nata a Cagliari nel 1933, sfollata a Serramanna nel 1943

di Davide Batzella Letto 3.119 volte0

Süditalien, Häuserruinen

Quali sono i suoi primi ricordi?

Sono quelli della mia infanzia trascorsa in una bella famiglia numerosa. Mio padre era finanziere e mia madre casalinga. Durante la guerra eravamo sei fratelli, ma nel 1943 mia madre aspettava il settimo figlio. Abitavamo in via S. Giorgio nel quartiere di Stampace, proprio vicino alla Clinica “Aresu” dove si trovava un rifugio antiaereo.

Qual è il primo ricordo che ha della guerra?

Quello dei bombardamenti che iniziarono nel 1943. Ricordo molto bene, anche se ero solo una bambina, quello che successe nel gennaio di quello stesso anno: io e mia sorella stavamo risalendo la via S. Giorgio per andare a prendere il fratellino più piccolo all’asilo. A metà strada fummo investite dal boato prodotto da uno spezzonamento. Io rimasi senza una scarpa ma iniziai a correre trascinando mia sorellina. Non mi venne neanche lontanamente in mente di tornare indietro a recuperare la scarpa. Feci molto bene perché sarei stata di sicuro colpita da qualche scheggia. Quando arrivammo all’asilo le suore ci rincuorarono: io e mia sorella eravamo molto spaventate. Ma, una volta passato lo spavento, il mio primo pensiero fu quello di dover rientrare a casa con una sola scarpa e di cosa avrei detto a mai madre visto che non c’era la possibilità immediata di comprarne un altro paio.

E dei bombardamenti di febbraio cosa ricorda?

In febbraio, a partire dal 17, vi furono dei bombardamenti che rasero al suolo la città. Mia nonna, che abitava in via Portoscalas, disse a mia madre di trasferirsi in casa sua per evitare che rimanesse da sola a casa con sei bambini ed uno in arrivo. Mio padre si trovava in quei giorni a Teulada dove prestava servizio militare. Cosicché proprio il 28 febbraio mia madre si recò insieme a mia sorellina nella nostra casa a prendere una parte del corredo del nascituro. Si trovava nei pressi di via Siotto Pintor quando iniziò il bombardamento che, diversamente dagli altri, non fu preceduto dall’allarme perché si era rotto. Mia madre entrò nel primo portone aperto che trovò. Ma, purtroppo per lei, proprio la palazzina in cui trovò rifugio venne bombardata. Fu investita dalle macerie. Tutto il suo corpo venne sepolto, rimase fuori solo la testa. Mia sorella si salvò perché fu protetta dalla pancia di mia madre. Il fratellino che doveva nascere rimase miracolosamente incolume. Noi che nel frattempo ci trovavamo a casa di mia nonna eravamo terrorizzati. Ricordo molto bene la sua preoccupazione perché già immaginava mia madre e mia sorella morte sotto il bombardamento. Dopo molte ore, durante le quali vedevamo sfilare davanti al portone di casa i carretti che trasportavano i cadaveri, mia madre bussò alla porta e fui io ad aprire. Quello che vidi mi paralizzò dalla paura: mia madre bianca come un cencio e con i suoi lunghi capelli ritti in testa. Mia nonna si affrettò ad accoglierla e a rincuorarla. Ma temendo che potesse essere successo qualcosa al nascituro, la indusse a recarsi in ospedale per un controllo. Intanto mia nonna fece in modo di procurare un mezzo per andare via dalla città. A notte fonda arrivò mio zio Pippo Ortu con una “topolina” che ci avrebbe portato a Serramanna. Ancora oggi mi chiedo come siano riuscite ad entrare in quella piccola macchina dieci o forse dodici persone. Avevamo così tanta paura che ci assottigliammo per farci stare tutti. Però andavamo via senza poter fare saper a mio padre dove saremo andati.

Cosa ricorda dello sfollamento?

Come ho detto riparammo a Serramanna grazie a mio zio Pippo che da subito si occupò di tutta la mia famiglia e di questo gliene sarò riconoscente finché campo. A Serramanna mio zio trasferì la sua attività di sarto e lavorò per mantenerci tutti. Non ricordo di aver mai patito la fame. Anzi per me bambina lo sfollamento fu quasi una villeggiatura. Ricordo che una signora anziana senza figli mi prese a ben volere. Mi accudì con amore ospitandomi spesso nella sua casa dove mi faceva trovare ogni ben di Dio. La mattina mi preparava la colazione con il latte ed il pane tostato sulla brace del camino. Spesso mi dava il pane per tutta la famiglia. I rapporti con gli abitanti del paese ricordo che furono sempre corretti, però se avevamo bisogno di qualcosa non volevano soldi ma roba. Ricordo molto bene anche il mercato nero, molto fiorente anche a Serramanna oltre che in città. Della casa in cui vivevamo ricordo con un certo disgusto la fossa settica (muntronasciu) che veniva usata come gabinetto. Noi bambine eravamo così piccole che tutte le volte avevamo il terrore di finirci dentro. Così mio zio comprò per ognuno di noi dei vasi per fiori che vennero sigillati ed usati come vasini.

Mi adattai così bene alla vita del paese che partecipai spesso con le mie sorelle più grandi ai lavori stagionali dei contadini che ci portavano volentieri con loro nei campi per la vendemmia o per la spigolatura. Per noi era come giocare. Mia madre invece non la pensava così. Quando tornavamo eravamo così sporche di terra che doveva lavare noi e tutto quello che avevamo indosso, scarpe comprese.

Vostro padre ebbe poi modo di raggiungervi?

Quando mio padre seppe del bombardamento del 28 febbraio si precipitò a Cagliari in bicicletta. Quando arrivò a casa, non trovando nessuno, pensò di andare al rifugio. Casualmente lungo la strada incontrò un conoscente che aveva visto mia madre mentre si recava in ospedale. Da lei seppe che ci saremo trasferiti la sera stessa a Serramanna. Così fu lui a far saper a mio padre dove ci trovavamo. Prese il treno e ci raggiunse. Il suo ritorno fu per noi una festa.

Avete mai incontrato i soldati?

Ricordo che con i soldati italiani avemmo sempre buoni rapporti, mentre dei tedeschi non ci fidavamo. Comunque sapevamo che a Decimo si trovava una base militare. Ricordo molto bene che la base venne bombardata. Noi da Serramanna potemmo osservare, senza correre pericoli, il bombardamento come se fosse un fuoco d’artificio.

Quando tornaste in città?

Dopo circa un anno. Mio padre trovò una casa in affitto. Certo la città era irriconoscibile: macerie ovunque. La vera novità era rappresentata dalla presenza degli americani e, soprattutto, degli americani di colore. Mio padre ci diceva che non dovevamo mai per nessun motivo fermarci con loro per strada, ma noi bambine, nonostante la paura dell’”uomo nero”, così li chiamavamo scherzosamente, spesso accettammo delle tavolette di cioccolata. Piuttosto la città era disseminata di schegge inesplose, così la prima raccomandazione che tutti gli adulti facevano a noi bambini era di non raccogliere nulla da terra. Comunque la vita gradualmente tornò alla normalità. Mia madre che sapeva cucire mi invogliò a frequentare un corso per imparare a fare i pantaloni. Divenni una esperta pantalonaia e trovai facilmente lavoro.

Fonte | Liceo Michelangelo

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