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Una sentenza di morte del 1772 a Serramanna

di Davide Batzella Letto 6.382 volte0

di Paolo Casti

Come riportai in un articolo del 2011, intitolato “Sa justitia de Serramanna” (clicca qui per leggere l’articolo), nel “Vocabolario sardo-italiano e italiano-sardo coll’aggiunta dei proverbi sardi” di Giovanni Spano dell’anno 1852, alla pagina 43 si trova il proverbio sardo, che recita: «Sa justitia de Serramanna», con relativa spiegazione:

La giustizia di SerramannaCioè severa e terribile, si ha per tradizione che in questo villaggio ne appiccarono in una volta 35.

sentenza giustizia serramanna (3)

Il 27 luglio 1854, in nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele II re di Sardegna, la Corte d’Appello di Cagliari, emanò quella che pare sia stata l’ultima condanna a morte operata a Serramanna.

Il 30 novembre 1786 il granducato di Toscana fu il primo stato al mondo ad abolire la pena capitale, emanando la “Riforma criminale toscana” (o leopoldina) a firma del granduca Pietro Leopoldo, primo esempio di abolizione totale della pena di morte; seguito poi dalla Repubblica di San Marino, nel 1865.

Nel Regno d’Italia, la pena di morte fu cancellata nel 1889, reintrodotta poi dal fascismo nel 1926 e nuovamente eliminata, dalla Costituzione repubblicana nel 1948.

A Serramanna, il patibolo per l’impiccagione veniva montato in località “Su Mobìu (Su Mobìnu)”, più o meno in corrispondenza dell’attuale piazzetta con lo zampillo.

Pochi giorni fa sono entrato in possesso di una sentenza del 1772; dire che fa rabbrividire è poco…

Ma partiamo dalle origini della pena di morte.

Il principio del taglione fu applicato inizialmente anche nel diritto romano e, più tardi in quello germanico. L’espressione latina che indica il condannare a morte era damnare capite o damnarecapitis. Nell’antica Roma fu codificato nelle “Leggi delle XII tavole” (V secolo a.C.), dove nella VIII, si legge: «Si membrumrupsit, ni cumeopacit, talio esto»(Se un tale romperà un membro a qualcuno, se non interviene un accordo, si applichi la legge del taglione).

Ovviamente la legge del taglione prevedeva la pena di morte per l’omicidio, ma si poteva venir condannati a morte anche per altri delitti; nel mondo latino, nei primi secoli, erano puniti con la morte i crimini ritenuti di pubblico tradimento, mentre per i delitti privati si applicava la legge del taglione. Nell’antica Roma erano considerati reati gravissimi, sanzionabili con la massima pena, non solo il tradimento della patria o la rivolta contro l’autorità, ma pure lo spostare un cippo che delimitava il confine di un campo, il rubare il bestiame o il raccolto altrui, l’uccidere, lo stuprare, il violare una promessa, il dare falsa testimonianza, il rubare di notte, l’incendiare una casa o le messi, il rubare al padrone, l’ingannare un cliente.

Nel Medioevo europeo molti soggetti potevano comminare pene, anche quella capitale, in quanto il sistema feudale tipico del periodo fu caratterizzato da una grande sovrapposizione di autorità: il potere dello Stato che era sì riconosciuto al re o all’imperatore, ma a questi si affiancavano sia i feudatari sia i magistrati cittadini, investiti entrambi del compito di amministrare la giustizia.

Vi era, inoltre, il potere religioso, molto influente sui poteri civili, tanto che questi ultimi divennero spesso il braccio armato della fede. Tutto questo determinò il frequente e discutibile utilizzo della pena di morte, che poteva essere decretata, oltre per l’omicidio, per i reati di furto, tradimento e sacrilegio.

Nel corso del XVI e del XVII secolo si assistette a un consolidamento o, per dir meglio, a un vero e proprio trionfo della violenza legale in nome della “ragion di stato” e la pena capitale, accompagnata da ogni sorta di torture raccapriccianti, veniva inflitta per punire una vastissima gamma di reati, anche di minore entità.

Eclatante il caso della Francia, dove durante il periodo post-rivoluzionario, fra il 1793 e il 1794 fu compiuta una vera e propria carneficina: i tribunali rivoluzionari condannarono alla ghigliottina almeno 35.000 civili, rei d’aver turbato l’ordine pubblico o anche d’aver semplicemente manifestato ideologie politiche avverse a quelle rivoluzionarie.

Solo dalla fine del XVIII secolo, con il progressivo diffondersi del pensiero illuminista su molteplici strati sociali, si cominciò a mettere in discussione la validità stessa della pena di morte, ritenuta ormai in contrasto con i nuovi principi umanitari affermatisi proprio in quel periodo.

Ed ecco quindi spiegato perché la pena di morte, in precedenza assimilata a una sorta di spettacolo per il popolo che si riuniva nelle piazze per assistere alle pubbliche esecuzioni, nel Settecento inizi a risultare sgradita al popolo.

Tale critica mossa nei confronti della pena di morte e, più in generale, dell’intero sistema giuridico dell’epoca, fu promossa da uno dei più grandi filosofi illuministi italiani del periodo, Cesare Beccaria: egli, infatti, scrisse un saggio, Dei delitti e delle pene (pubblicato nel 1764), destinato a rivoluzionare il concetto stesso di pena, reputandola vertice di inciviltà gestito dallo Stato, nonché vera e propria vendetta legalizzata.

Gli argomenti addotti da Beccaria sono pressappoco gli stessi, davvero ardui da confutare, che ancora oggi vengono ripetuti contro la prosecuzione della pena capitale. In particole riconosce la validità della pena di morte esclusivamente per quegli Stati interessati da una particolare situazione di debolezza istituzionale, in cui i criminali siano in grado di compiere qualsiasi reato senza il timore di subire la corrispondente sanzione. Nel Settecento, tuttavia, con il progressivo rafforzarsi degli Stati nazionali per merito del dispotismo illuminato, la pena di morte perde la sua utilità. Infatti, se lo Stato è in condizione di controllare efficacemente il territorio e la popolazione, allora punirà senz’altro il criminale, il quale, sapendo che se violerà l’ordine pubblico sarà punito, tenderà a non infrange la legge e non lo farà anche in assenza della pena di morte.

Ma tornando al mio recente ritrovamento, avrei piacere di condividerlo, anche per aprire uno spaccato di ciò che avveniva qualche secolo fa nella nostra comunità.

Sentenza

La Reale Udienza di S. M. in Cagliari sedente

Unite le Sale in esecuzione della Regia Patente otto maggio precorso nella causa del Regio Fisco

contro

B.L. del fu Antonio, L.L. del fu Biagio del luogo di Serramanna e G.M.P. del fu Antioco del luogo di Villasor, ed abitante nel suddetto di Serramanna, ditenuti in queste Regie carceri, ed inquisiti

D’avere la notte dé 22 venendo alli 23 novembre 1771 in compagnia d’altri assalito nella strada pubblica, regione detta Pontina-Cossu, territorio del luogo di Serramanna, il Corriere della Posta di questo Regno G.A.S. munito in fronte delle solite Regie insegne, e traducendolo all’altra vicina regione detta di Riu-Estius territorio del luogo di Samassi, averlo ivi barbaramente ucciso, con separarli anche la testa dal busto, e successivamente depredato del cavallo, abiti, e valigie, nelle quali, oltre alle lettere, ed altre scritture, comprendeansi due partite di denaro, una di zecchini Romani 32. Reali 15 e denari 2., e l’altra di lire 42. 10. Sarde.

Udita la relazione degli atti, e reiette le istanze, e deduzioni, ultimamente per parte degli inquisiti in essi atti fatte, ha pronunciato, e pronuncia doversi condannare, come condanna li sovranominari B., e L.L., e G.M.P. ad essere pubblicamente appiccati per la gola presso il luogo del commesso delitto fino a che l’anima sia separata dal corpo, e questo fatto cadavere ha mandato, e manda spiccarsi dal medesimo le teste, e conficcarsi sovra il patibolo, e ridotto in quarti il loro busto affigersi quelli ne’ luoghi, e modi soliti, con abbruciarsi successivamente il rimanente de’ cadaveri, e spargersene le ceneri al vento: torquiti però pria nel capo de’ complici, anche in conformità del Regio editto 13 marzo 1759, condannando altresì li medesimi solidariamente nell’indennizzazione verso gli eredi dell’ucciso, ed altri danneggiati, e nelle spese.

Cagliari li 26 settembre 1772

Per detto Magistrato della Reale Udienza

Pinna Segretaro

sentenza giustizia serramanna (1)

Come si diceva all’inizio, “Sa justitia de Serramanna”, veramente severa e terribile e ampiamente giustificava il temuto “Ancu ti currada sa giustizia de Serramanna”…

 

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