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Il gusto della vita: romanzo di Luciana Ortu

di Davide Batzella Letto 3.309 volte1

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Luciana Ortu, serramannese, ha fatto dell’amore per la lettura una delle sue ragioni di vita. Grande appassionata di archeologia, ha corretto bozze e collaborato alle ricerche per un saggio dedicato ai Nuragici. È stata finalista in vari concorsi letterari regionali e nazionali, e diversi suoi racconti son stati pubblicati sia su carta stampata che su riviste online.

Nel 2009 ha curato la pubblicazione della monografia sul pittore Piero Ligas, mentre più recentemente, nel 2013, il racconto “Crocus Oniricus” è stato inserito in un’antologia curata dall’Associazione “Alba Scriptorum”, nata per finanziare un Parco Letterario nel cuore della Sardegna in occasione dei suoi quarant’anni di attività Sempre nel 2013, nell’antologia “50 sfumature di Sci-fi” (La Mela Avvelenata) è stato pubblicato il suo racconto intitolato “Ma che bontà”. Ha inoltre partecipato all’antologia benefica del romanzo corale “Dodicidio” per il progetto POP di “la Gru Edizioni” scrivendo il capitolo “Ottobre”, inoltre sempre nel 2013, il suo racconto “Note Malva” è stato inserito nella raccolta “Un clavicembalo ben temperato”, antologia di racconti partecipanti al concorso “Cartabianca 2013”. A dicembre 2014 il racconto “Una tazza di tè” è apparso sul magazine online “Scriveregiocando 2014”.

Il 25 giugno 2015, per l’editore “Amarganta”, ha pubblicato “Il gusto della vita”, un romanzo nel quali si parla di un percorso d’amore per la vita che ha per cardine la cucina; potrebbe definirsi un libro di cucina con divagazioni sull’amore, ma non sarebbe corretto.

La protagonista è Laura, una donna sposata da poco e che da poco ha avuto un lutto importante, la perdita del padre; racconta dei piccoli episodi di ogni giorno, e contemporaneamente descrive la preparazione dei piatti che cucina, per lei e per il marito. Ogni pietanza sembra quasi abbia un principio attivo che l’aiuta a combattere e superare il lutto ed ha un qualcosa di sentimentale, talvolta terapeutico. Per chi volesse conoscere più approfonditamente Luciana, può gustarsi questa intervista http://gnomosopralerighe.blogspot.it/2015/06/in-cucina-con-lo-scrittore-il-gusto.html, mentre se volete farvi tentare dalla lettura del suo romanzo, dovreste leggere l’appassionata e spassionata recensione di un suo lettore:

C’è qualcosa, il questo piccolo libro, che ti impedisce di separartici, anche solo per un’ora, anche solo per una breve passeggiata. Un senso di urgenza, di incombenza, di fatalità ti costringe a tenere lo sguardo fisso su questa prosa semplice ma raffinata che, con una rara brillantezza, ti accompagna in un percorso che è un po’ il padre, anzi il capostipite, di ogni percorso.

E ci rimani attaccato perché percepisci che qui dentro, in questo piccolo libro, stanno succedendo cose importanti, e tu devi stare lì, insieme a lei, alla delicata ma tenace Laura, a resistere, a inseguire il cane-samurai, a tagliuzzare la cipolla, a far marinare il cinghiale, a “impiattare” il tutto, a cercare di rimettere insieme pezzi diversi tra loro, che sfuggono ma che in qualche modo possono, devono, trovare un’armonia: un modo giusto, “saporito”, di stare insieme.

C’è un padre che non c’è più. Un padre gigantesco, forte, roccioso, saggio, un cardine nel vero senso del termine: testimone della storia di una famiglia, di una comunità, simbolo di un “tempo”. E poi ci son loro, le donne di casa, madre, figlia e zia. Sballottate da questo cataclisma ma che, per una sorta di inerzia attiva, affrontano insieme ma ciascuna a modo suo la situazione.

E c’è il vuoto. Un vuoto abissale.
Da riempire, in qualche modo, con pazienza, pezzo dopo pezzo, ma con arte, con “gusto”, altrimenti non funziona, altrimenti il vuoto non se ne va. Ci vuole cura, ci vuole la giusta miscela tra il nostro e l’altrui, tra l’uguale e il diverso, tra la tradizione e la fantasia, tra il dolce e il salato.

Ci vogliono radici, radici forti, che ti impediscano di piegarti troppo, che poi magari finisci per spezzarti, ma ci vuole anche qualcos’altro.
Questo libro, piccolo ma smisurato se ci si prende un po’ di tempo per coglierne la simbologia, è tutto un rincorrere questo qualcos’altro.

Un rincorrere che è però non ha niente a che fare con un inseguimento spasmodico, è più un lento e sofferto studio dei particolari, un’amorevole serie di gesti densi e pregnanti perché, si ha questo sentore, è la qualità della ricerca stessa che poi ci regala il senso.

Tutto questo mentre, e quando te ne accorgi sei già bello che fregato, vieni avvolto come con la più morbida delle coperte dai luoghi, dagli odori, dai sapori, dall’amore e dall’indissolubile legame con un contesto sociale ed umano che traspare armoniosamente e che regala solidità, potenza visiva, a tutto l’impianto narrativo. Lo senti il profumo della terra bagnata, lo senti il crepitio delle foglie secche sotto i piedi, lo senti e lo vivi come se tu fossi lì, insieme ai protagonisti, durante le loro passeggiate o i loro momenti dove la casa, il cibo, la reciprocità, si uniscono a formare un cerchio perfetto.

Dovete essere affamati, ha detto qualcuno. Questo libro ci spiega che la fame non basta, ci vuole misura, disciplina, amore per quello che si fa. E poi rispetto per chi c’era prima, la volontà e l’orgoglio di percepirsi come un’avventura iniziata da altri, e la consapevolezza di avere qualcosa da tramandare. Perché quello che siamo è e deve essere una sintesi di ciò che facciamo, e ciò che facciamo non è mai tutta opera nostra, e non deve essere mai semplicemente per noi stessi.
Insomma, questo è un libro che ha tanto da regalare, fatevi un favore, leggetelo.

il gusto della vita

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Commenti (1)

  1. Grazie mille, di cuore, per l’articolo su “A Serramanna”. Ribadisco quanto scritto via Facebook: Buona estate e buone letture, sempre, a tutti.

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