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Intervista a professor Francesco Casula (parte II)

di Samuele Pinna Letto 2.069 volte1

di Manuela Orrù

La scorsa primavera si è tenuto nei locali di via Rosselli, organizzato dall’UNITRE di Serramanna, il corso gratuito “Imparai su sardu. In sardu”. Mentore del corso l’inossidabile ed entusiasta professor Francesco Casula da Ollolai. Interessato e curioso anche il discreto gruppo di allievi, tutti over 40, impazienti di imparare o anche solo migliorare la conoscenza della lingua sarda. Il professore, oltre alle regole di grammatica, sintassi e morfologia, ci porta a conoscenza di fatti storici spesso ignorati dai sardi, di libri e poesie scritti in limba che ci rivelano la ricchezza e la capacità espressiva della lingua dei nostri avi. Ed è durante una di queste lezioni che mi viene l’idea di una intervista al professore, il quale si dimostra subito disponibile e gentilissimo. Quella che oggi pubblichiamo è una prima parte, sette domande e risposte delle undici totali. Abbiamo pensato di dividerla perché le risposte, tutte interessanti, necessitano di una riflessione da parte di ogni sardo che si senta tale. Confesso che l’unico rammarico è che il tutto si sia svolto per via telematica, mentre avrei preferito un incontro frontale capace di far emergere emozioni e “sentidusu” che la distanza nasconde. Ma non è detto che ciò non accada in un futuro prossimo. Buona lettura a tutti e se ne nascerà un vivace dibattito, tutti avremo occasione di acquisire maggiore consapevolezza sull’essere abitanti di questa terra chiamata SarDegna.

Intervista Parte II

8) I nostri figli come possono imparare la storia della loro terra, la lingua dei loro avi? La scuola in questo non aiuta né forse ha mai aiutato e la famiglia anche peggio…

L’Istituzione, il luogo deputato per l’apprendimento (quindi anche della storia e lingua sarda) è oramai la Scuola: essendo venuta meno, da decenni, la comunità e la famiglia come “scuola impropria” (Michelangelo Pira), ovvero come strumento di trasmissione della cultura e dei saperi. Il problema urgente che dunque abbiamo è – come già dicevo – l’inserimento organico, come materie curriculari, nelle scuole di ogni ordine e grado, della cultura, storia, lingua sarda.

Partendo dalla constatazione che fin’ora invece la scuola italiana in Sardegna è stata storicamente strumento di “memorizzazione” e di “potatura” della nostra storia e, se possibile, ancor più della nostra lingua. Nella scuola la Sardegna non c’è: è assente nei programmi, nelle discipline, nei libri di testo, nell’organizzazione. Si studia Orazio Coclite, Muzio Scevola e Servio Tullio: fantasie con cui Tito Livio intende esaltare e mitizzare Roma. Non si studia invece – perché lo storico romano non poteva scriverlo – che i Romani fondevano i bronzetti nuragici per modellare pugnali e corazze; per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi; per corazzare i rostri delle navi da guerra.

Nella scuola si studia qualche decina di Piramidi d’Egitto, vere e proprie tombe di cadaveri di faraoni divinizzati, erette da migliaia di schiavi, sotto la frusta delle guardie; ma non si studiano le migliaia di nuraghi, suggestivi monumenti alla libertà, eretti da migliaia di comunità nuragiche indipendenti e federate fra loro.

Si studia Napoleone, piccolo e magro, resistentissimo alla fatica, ma non si spende una sola parola per ricordare che il tiranno corso, venuto in Sardegna, bombardò La Maddalena e fu sconfitto. Si studia insomma l’Italia dalle amate sponde e dell’elmo di Scipio, ma la Sardegna, con le sue vicissitudini storiche, le dominazioni, la sua civiltà e i suoi tesori ambientali, culturali e artistici è del tutto assente: un diplomato sardo e spesso persino un laureato, esce dalla scuola senza sapere nulla dell’architettura nuragica, della Carta De Logu, di Salvatore Satta e della lingua sarda. Una lingua sarda ancora tenuta fuori dalla scuola:per insipienza politica e per immani pregiudizi da ricondurre o alla mala fede o semplicemente all’ignoranza crassa.

Da decenni infatti la pedagogia moderna più attenta e avveduta ritiene che la lingua materna e i valori alti di cui si alimenta siano i succhi vitali, la linfa, che nutrono e fanno crescere i bambini senza correre il gravissimo pericolo di essere collocati fuori dal tempo e dallo spazio contestuale alla loro vita. Solo essa consente di saldare le valenze e i prodotti propri della sua cultura ai valori di altre culture. Negando la lingua materna, non assecondandola e coltivandola si esercita grave e ingiustificata violenza sui bambini, nuocendo al loro sviluppo e al loro equilibrio psichico. Li si strappa al nucleo familiare di origine e si trasforma in un campo di rovine la loro prima conoscenza del mondo. I bambini infatti – ma il discorso vale anche per i giovani studenti delle medie e delle superiori – se soggetti in ambito scolastico a un processo di sradicamento dalla lingua materna e dalla cultura del proprio ambiente e territorio, diventano e risultano insicuri, impacciati, “poveri” sia culturalmente che linguisticamente. Ma c’è di più : la presenza della lingua materna e della cultura locale nel curriculum scolastico non si configurano come un fatto increscioso da correggere  e controllare ma come elementi indispensabili di arricchimento, di addizione e non di sottrazione, che non “disturbano” anzi favoriscono lo sviluppo comunicativo degli studenti perché agiscono positivamente nelle psicodinamiche dello sviluppo.

Antonella Sorace, che insegna Linguistica acquisizionale all’Università di Edimburgo, dove ha creato un centro di informazione, Bilingualism Matters,(con filiali in tutta Europa, una ha operato anche in Sardegna) e che diffonde gli esiti delle ricerche fra i non addetti ai lavori, ha scritto che : “Un bambino che parla più lingue ha la mente più flessibile. È più capace di gestire conflitti tra informazioni diverse e selezionare ciò che conta”. E continua: “Un bambino plurilingue è anche più capace di comprendere il punto di vista altrui. Dietro ogni lingua c’è un modo di pensare, un’intera cultura: i bambini plurilingui lo percepiscono,gli adulti spesso no. Ma ci sono aspetti sociali rilevanti. Un bimbo circondato da persone che svalutano una delle lingue, magari perché la credono inutile e superata, come accade in Sardegna, crescerà meno motivato a parlare”.

9) Cosa ne pensa delle nuove invasioni dei mori? Allora non ci conquistarono con le armi e oggi riusciranno con i petrodollari?

Non ci conquistarono con le armi ma per più di un millennio la Sardegna è stata funestata dalle loro incursioni: dal 703 fino al 1816. Le conseguenze sono state immani: in termini di costi economici e delle perdite umane prima di tutto. Per non parlare della “paura del mare” che si creò nella psiche sarda: l’immagine del mare infatti sarà sempre associata alle figure dei pirati, a sos moros. Di qui la tendenza delle popolazioni costiere a ritirarsi nelle zone interne. Di qui l’abbandono delle tradizioni marinare e dell’agricoltura nelle aree litoranee, l’impaludamento delle zone costiere, l’accentuarsi della diffusione della malaria che s’aggraverà viepiù.

Oggi i nuovi “Mori” sono ancor più pericolosi: comprano con i loro petrodollari il nostro territorio con le zone marine e ambientali più belle e suggestive. Di fatto sequestrandolo ed escludendo i Sardi dalla possibilità di goderne. Così siamo diventati stranieri in casa nostra.

10) La “decrescita felice” della Sardegna può essere incentivata, promossa, auspicata?

La mia risposta è sì: può essere e dobbiamo promuovere e incentivare la Decrescita felice. Chiarendo per intanto che gli avversari, ovvero i trombettieri delle magnifiche e progressive sorti del neoliberismo e della globalizzazione continuano a farne la caricatura, per poi poterla facilmente combattere. Chi sostiene la decrescita – secondo loro – vorrebbe tornare al passato, alla candela, al carro a buoi, a una vita senza comodità. In realtà chi sostiene la Decrescita parte dal presupposto che la correlazione tra crescita economica e benessere non sia necessariamente positiva, ma che esistano situazioni frequentissime  in cui ad un aumento del Prodotto interno lordo (PIL) si riscontra una diminuzione della qualità della vita. Con la devastazione della natura, con i danni profondi agli ecosistemi (il buco dell’ozono, la fine delle foreste, il problema dell’acqua, dei rifiuti) e alla salute degli uomini (nuove malattie fisiche, estesi malesseri psichici): nell’ intero Pianeta. Sardegna compresa. Perché l’intera questione dello “sviluppo” insano e devastante ci riguarda da vicino. Come la Decrescita appunto. Per cui al dominio delle “linee di metropoli” dobbiamo opporre le “linee di villaggio” e del territorio,visto non più come mero supporto di attività economiche ma sistema complesso di identità geografiche, ambientali, storiche, culturali, linguistiche.

11) Professore, ci consigli un libro da leggere in sardo, una poesia da conoscere, un saggio che ci illumini.

Un libro?NURAI di Gianfranco Pintore.( Ed. Papiros, Nuoro 2002) Un eccellente romanzo scritto in Limba sarda comuna (alla faccia di chi parla di una “lingua artificiale o di plastica) in cui si narra una storia di spie e omicidi, ambientata nella Sardegna degli ultimi anni.  Pintore con Nurai continua la sua esperienza di autore di romanzi gialli in cui uscendo dai canoni tradizionali del folklore, analizza e approfondisce i codici di comportamento di un popolo, in cui l’autore ha voluto mostrare il contrasto fra le due leggi, quella italiana e quella sarda, e il travaglio esistenziale che ne deriva.

Una poesia da conoscere?CUADDEDDU CUADDEDDU di Benvenuto Lobina, in sardo-campidanese. Una straordinaria critica, tutta modulata sull’ironia e lo sdegno, dell’industrializzazione petrolchimica in Sardegna con cui hanno venas i arrius/alluau tottu impari/alluau anti su mari/e is tanas e is nius./Bidda’ mes’abbandonadas/a i’ beccius mesu bius/a su prant’ ’e is pippius/a pobiddas annugiadas./Oh, sa mellu gioventudi/sprazzinada in mesi mundu/scarescendu ballu tundu/scarescendu su chi fudi.

Un Saggio? Sono modesto:consiglio i due volumi della mia “Letteratura e civiltà della Sardegna “(Edizioni Grafica del Parteolla, Dolianova 2011-2013). Per conoscere la nostra civiltà e la nostra produzione letteraria, artistica e poetica.

 

La prima parte dell’intervista è disponibile QUI

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