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Il Ladiri, patrimonio di Serramanna

di Davide Batzella Letto 8.602 volte1

di Paolo Casti

Fino agli anni ’60 nei paesi del Campidano era consuetudine costruire le case usando mattoni di terra cruda, il cosiddetto “ladiri” (dal latino “later” = argilla).

Oggi, questa tecnica (o pratica) costruttiva è diventata patrimonio storico culturale e identitario di tante comunità campidanesi, come anche a Serramanna che ha avviato da alcuni anni un processo di sensibilizzazione attraverso la valorizzazione, anche in chiave turistica, del centro storico dove ancora sono presenti abitazioni storiche in ladiri.

Scorcio di Serramanna. Case in “ladiri”
Scorcio di Serramanna. Case in “ladiri”

I mattoni di terra cruda (“ladiri”) sono l’elemento cardine intorno al quale si è sviluppata l’architettura popolare nel sud Sardegna; lasciandoci un patrimonio consistente e vario, espressione di una tradizione costruttiva attenta al clima e al risparmio, mediante lo sfruttamento ottimale delle risorse locali. Secondo dati dell’UNESCO, una buona parte della popolazione mondiale, si stima un 30-40%, vive in edifici di terra. Quindi, oltre ad essere un materiale del passato, oggi la terra cruda sta subendo una rivalutazione in tutto il mondo, anche nei paesi ricchi, sia per le notevoli soluzioni estetiche che gli architetti contemporanei riescono ad ottenere, sia per le buone proprietà termo igrometriche, ecologiche e di compatibilità ambientale.

Dall’Europa Centrale (Francia, Belgio, Germania, Austria) alla penisola Iberica, dal Sud America all’Australia passando per gli Stati Uniti, dalla penisola Arabica all’Africa del Nord, dalla Cina a Sud Africa, la terra cruda sta dimostrando di essere capace di rispondere alle esigenze contemporanee con esiti ecologici, estetici e ambientali di tutto rilievo.

L’utilizzo di questa tecnica costruttiva fa parte del patrimonio storico della Sardegna e ha incontrovertibili origini puniche, come testimoniano murature in ladiri presenti nel sito archeologico di Nora.

La tecnica era già diffusa in tutti i paesi dell’Africa e del Medio Oriente, dove attualmente è una forma costruttiva utilizzata, soprattutto nei villaggi dei deserti dello Yemen e dell’ Algeria; è adottata anche in alcune zone dell’Egitto, così come anche nel Sud America, in Perù e Cile.

A Serramanna e in buona parte dei centri abitativi del Campidano, ci si adattò all’impiego del mattone in argilla, paglia e fango, probabilmente perché il territorio non forniva pietre adoperabili per la costruzione delle case.

Vi era allora la figura dei cosiddetti “lardiraiusu”, abili lavoratori che seguivano una precisa tecnica di preparazione dei mattoni.

La prima fase era dedicata, ovviamente, alla preparazione dell’impasto, “sa sciofa”; l’argilla veniva estratta e frantumata, sottoposta a setacciatura, quindi amalgamata a paglia tritata.

L’impasto veniva fatto utilizzando semplicemente acqua, servendosi della zappa, “sa marra”, o molto spesso direttamente coi piedi scalzi all’interno di una fossa.

“sa sciofa”
“sa sciofa”

Quando l’impasto diventava più malleabile, si riversava in un apposito stampo in legno, “su sestu” (generalmente di circa 10x20x40 cm) e dove veniva opportunamente lisciato e lasciato ad essiccare al sole.

ladiri serramanna (8)
Su Sestu

ladiri 2016 serramanna

L’esposizione al Sole durava circa tre settimane, durante le quali i mattoni venivano variamente posizionati per una migliore essiccazione.

Mattoni posti ad essiccare
Mattoni posti ad essiccare

La costruzione della casa seguiva ugualmente un iter ben preciso.

Prima si effettuava lo scavo di una trincea (le fondamenta) rigorosamente a mano, con “su piccu” (il piccone) che poi si riempiva con pietre e malta di fango o calce.

Successivamente si procedeva alla realizzazione di un basamento in pietrame dell’altezza di circa un metro, sul quale cominciava ad essere tirato su il muro in mattoni, bloccati, l’uno sull’altro con l’utilizzo di malta di fango ed anche l’intonacatura avveniva compattando paglia e fango sino ad ottenere uno strato uniforme steso sulle pareti; a questo punto per evitare la dilavatura, era necessaria una intonacatura finale sottilissima, di calce e sabbia, che aveva bisogno di un rinnovamento periodico.

Muro in “ladiri”
Muro in “ladiri”

Per il solaio venivano impiegati travi e tavolati in legno mentre il tetto veniva realizzato mediante l’utilizzo di tegole artigianali a base di argilla.

La tramezzatura interna era, in alcuni casi realizzata con un pannello costituito da canne assemblate, ricoperto da un intonaco di fango e tinteggiato con latte di calce.

Con la diffusione del cemento, negli anni ’60 a seguito del boom economico anche in Sardegna arrivarono consistenti cambiamenti nelle tecnologie costruttive che abbatterono ovviamente i costi di costruzione.
Così anche a Serramanna, i blocchetti di cemento hanno rapidamente rimpiazzato quello di fango.
Non si è certi che si siano fatti passi in avanti, perché le case di “ladiri” erano ben coibentate mentre quelle moderne, realizzate in blocchetti lasciano l’aria all’interno umida d’inverno e afosa d’estate. Per non parlare dell’uso sciagurato dei tetti in eternit, fortunatamente ora fuorilegge.

A Serramanna grazie all’iniziativa dei fratelli Stefano e Ignazio Coccodi si è cercato di portare avanti la tradizione de “i ladiraiusu” realizzando una fabbrica di mattoni crudi alla periferia del paese.

Purtroppo molte case, trascurate dai proprietari, stanno cadendo

Casa Mannias, Via Serra, incrocio con Via E. D’Arborea (anno 2008) – Google Street View©
Casa Mannias, Via Serra, incrocio con Via E. D’Arborea (anno 2008) – Google Street View©
Casa Mannias, Via Serra, incrocio con Via E. D’Arborea (anno 2011) – Google Street View©
Casa Mannias, Via Serra, incrocio con Via E. D’Arborea (anno 2011) – Google Street View©

Fortunatamente, alcune giovani coppie, come ad esempio i coniugi, Filippo Podda e Sara Lisci, hanno acquistato una casa campidanese, in Via Serra, realizzandovi oltre alla loro abitazione un museo della “cultura e civiltà contadina”, in quella che fu una fabbrica di gazzosa.

A seguire le foto della “Casa Museo Podda – Lisci” realizzate da Ermelinda Frongia.

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Commenti (1)

  1. Come ” sempre “mi trovo a commentare …trovo giusto definirle Ricerche , che Paolo , con incensante passione ,porta avanti … con date e bellissime foto . Ciò detto , ora mi viene da fare una considerazione , mi rendo conto che comincio ad’invecchiare ! Sì , perché anche questo è un mio ” trascorso “…Forse non avevo più di sette/ otto anni ,ma ero in ” grado ” di tirare su dal pozzo ” sa sriccia ” bella piena con l’acqua che serviva per “sa sciofa “…Ghetta ,ghetta ,mi diceva mio cognato ” Venuto “(Benvenuto) , con un fare scherzoso ,come se stessi li a riempire un bel bicchiere di Vino … e ancora , poii , poii palla ! Ca dda cundeusu bei, bei ,e giù a controllare sa sciofa , facendo in modo con , sa ” Marra ” che Tutto si amalgamasse in modo giusto ,e Lui sapeva quale fosse … Su Maist’emuru era il suo “unico ” Mestiere, stando a ciò che mio padre ogni tanto , trovava occasione di ricordagli ,poichè, con i lavori da contadino non era altrettanto bravo … Ho divagato , ma …” su ladiri “è anche questo !.Giuste le fasi successive delle lavorazioni… ma credetemi ! Il lavoro era ,talmente pesante che , bene faceva Venuto a mettere tutto a Scherzo… chiamiamolo così , una parola la ” spendeva ” sempre, si , parlava , anche con sa ” sciofa “…La ‘ ca si bieusu crasi, e così facendo la lasciava per dare modo che “lievitasse “, perché era giusto che fosse… Aiò, Aiò, andaus’ a “girai patti ” prima che si Abruscidi…no, no , è Cottu bei !… E così si sistemavano (li sistemavamo) in “Bigasa “, non sono certo se i termini che uso sono giusti, ma ,spero che di ciò mi perdoniate ! Sono passati veramente tanti anni da allora, ma tale è rimasto nella mia memoria che anche oggi…se non avessi paura di cadere ,potrei fare le Legature alle canne dei “solai ” , sa ” cannizzada “. No ! non è il mio mestiere, ma posso dire ” almeno ” lo sapevo fare, e , con il senno di poi sono più che convinto che erano cose Ben Fatte, non per Nostalgia ! Anche se la mia fanciullezza l’ho vissuta dentro una casa di Ladiri “Fango” per chi ignorantemente così la definisce ! Bene così Paolo , Bravo !

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