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I Serramannesi e la passione per il calcio

di Andrea Mura Letto 1.582 volte0

di Maria Porceddu Ortu

Alla fine degli anni ‘40, conclusasi ormai la 2a Guerra Mondiale, la Sardegna torna alla normalità. A Serramanna la vita riprende respiro, secondo le vecchie abitudini, l’agricoltura rifiorisce e la comunità si riappropria di tutti gli spazi che, per alcuni anni, erano stati occupati dai militari e dal loro apparato bellico. I giovani riprendono gli studi, le attività sportive tradizionali e scoprono il calcio.

Naturalmente, un calcio da dilettanti. Le squadre non hanno l’organizzazione attuale e sono spesso gruppi improvvisati di ragazzi pieni di voglia di muoversi e correre in assoluta libertà, dunque calciatori improvvisati, con nessuna regola da rispettare che non siano quelle normalmente in uso nel corretto vivere sociale e, ciò che più conta (come oggi ben sappiamo), tutto funziona “gratis et amore Dei”, come dire, pura attività motoria e gioia di vivere. E ci voleva dopo un periodo di morte e distruzione!

Si riprendono le feste religiose tradizionali e se ne promuovono di nuove che i giovanissimi ancora non conoscono o di cui si è perso il ricordo a causa della guerra.

È legato a questo periodo un fatto curioso e divertente accaduto a Serramanna in uno degli ultimi anni ‘40. È il 4 Novembre, giorno in cui si celebra “Sa di’e sa vittoria” e, in piazza Martiri, ai piedi del monumento loro dedicato, si ricordano i Caduti della guerra ‘15-‘18, la 1a Guerra Mondiale.

Anche in questo anno, dopo la guerra e l’occupazione tedesca, la cerimonia è in programma con il consueto rituale. Il Presidente dell’Associazione Combattenti e Reduci di Guerra custodisce la gloriosa bandiera tricolore in casa sua, in via Roma, che è anche la sede dell’Associazione. La solennità è quella riservata alle grandi occasioni storiche. Egli si appresta ad estrarre il tricolore dalla sua custodia, alla presenza di coloro che assistono in religioso silenzio. Ma la sua mano si blocca ed egli sbianca in volto, è quasi sul punto di venir meno. Che cosa succede? Ma la Storia, si sa, non concede tregua al disagio umano ed egli è costretto ad informare i presenti della sconcertante scoperta. Sì, l’asta della bandiera che si credeva gelosamente custodita, le medaglie, le frange dorate, i nastri, tutto è al suo posto. Manca solo il drappo tricolore, quel vessillo che, si diceva, aveva spronato e condotto alla vittoria il glorioso esercito dei piccoli soldati sardi.

Come è stato possibile? Chi ha compiuto questo atto sacrilego? Non sappiamo a quale stratagemma abbia fatto ricorso il Presidente per ovviare al grave inconveniente, ma la solennità della cerimonia, che prosegue come da programma, non viene turbata da altri colpi di scena.

Il corteo, composto e profondamente calato nel suo ruolo storico, si avvia per le strade del centro verso il Palazzo Municipale, dove già attendono il Sindaco e i suoi Consiglieri e tutti, al seguito di un tricolore (ma quale?) con le medaglie conquistate sul fronte, raggiungono il prestigioso monumento ai piedi del quale viene fatto l’appello dei Soldati caduti per la Patria. La commozione è grande. Del resto, anche i presenti comprendono bene a quale immane dramma sono appena scampati. I Tedeschi, per fortuna, hanno lasciato la Sardegna senza colpo ferire. Quante vite umane vale quella decisione presa coraggiosamente e, soprattutto, responsabilmente dai vertici del Comando Militare della Sardegna? Io non smetterò mai di rifletterci. Ma, tornando al “4 Novembre” di cui parliamo, la cerimonia si conclude con un corroborante rinfresco.

Ma i Serramannesi hanno già lasciato la Storia, quella “grande”, nazionale. La voce su quanto è accaduto in casa del Presidente incomincia a serpeggiare tra i curiosi e ci si chiede chi e perché abbia compiuto quell’atto sacrilego sottraendo il tricolore e defraudando quel “4 Novembre” della sua legittima solennità. Una bravata? Potrebbe essere… Una mamma spinta dalla necessità di recuperare un po’ di stoffa per confezionare qualcosa ai suoi bambini? Sono tempi difficili questi del dopoguerra… Ma ecco, qualcuno ricorda… riflette… Sì. Le immagini e i tempi combaciano! Una importante partita di calcio, la squadra del Serramanna, un giovane giocatore che entra in campo con un abbigliamento particolarmente vistoso! Ecco, dunque, che cosa è successo. E, se non possiamo giustificare, possiamo almeno comprendere! Le ristrettezze economiche, la carenza di materie prime o la difficoltà di approvvigionarsene, neanche i Comuni agricoli più ricchi possono ignorarle: si mangia, sì, ma come ci si veste? L’orbace e le pelli d’agnello che gli agricoltori e i pastori conoscono bene, non sempre rispondono alle esigenze dei tempi nuovi. E a Serramanna i giovani incominciano a praticare il calcio con vera passione. Nascono le squadre rionali e ci si confronta con puro spirito sportivo. Certo, non c’è ancora un abbigliamento adeguato e non ci si può nemmeno vestire di velluto o di orbace. Si corre, si suda e il sudore attiverebbe la reazione feroce dell’orbace. Eppure, anche per esigenze tattiche, è necessario distinguersi dall’avversario. Come fare? È a questo punto che nella mente di un giovane calciatore del Serramanna si accende la lampadina e decide di mettere in atto un suo azzardato progetto. Del resto, la partita è importante. Ed egli decide di scender in campo con i suoi stravaganti pantaloncini bicolore: una gamba rossa (la sinistra) e una verde (la destra). Manca il bianco che, diranno poi i maligni, essendo trasparente, avrebbe messo in evidenza l’eccessiva peluria del giovane giocatore. Chi era dunque costui? Si disse, allora, che facesse parte della famiglia del presidente in carica, ma non ne abbiamo alcuna certezza.

Ci piacerebbe conoscere il risultato di quella partita e capire se, affrontare lo scandalo, ne era valsa la pena. Ma forse non lo sapremo mai, così come non sapremo mai (forse) quale sia stata la reazione della famiglia al comportamento sconsiderato del giovane calciatore (com)promettente. Siamo invece certi che il tricolore oggi conservato “gelosamente”, non è più quello “glorioso” che, come si diceva, aveva accompagnato i nostri soldati nella 1a Guerra Mondiale.

A questo punto potremmo chiederci se tutto questo è un fatto realmente accaduto o è una storia di pura fantasia. Ma, oggi, a che cosa servirebbe saperlo? Io ne ho parlato solo per introdurre un argomento caro ai giovani serramannesi del dopoguerra e per dare luce ad un calciatore dilettante che, a modo suo, ha lasciato traccia di sé e dei tanti ragazzi che praticavano questo sport. Comunque, mi piace immaginarlo, quel giovane calciatore “peloso”, dribblare, palla al piede, sui campi sterrati e pieni di buche di allora, con i suoi pantaloncini bizzarri, al ritmo della famosa canzoncina “Serramanna, si sa, rivali non ha nel giocare a palla…”. Chi la scrisse e chi la musicò questa canzone? Anche questa è storia: è la nostra piccola storia!

Io ho avuto l’opportunità di conoscere molti di questi giovani sportivi: uno soprattutto. Si chiamava Marino. Di lui mi piace rendere nota una foto, scattata al Poetto, molto eloquente sullo stile e sull’impegno dedicato da questi ragazzi al gioco del pallone. A TUTTI LORO va il mio pensiero affettuoso.Marino al Poetto

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