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La Leggenda di Santu Jorxu (San Giorgio)

di Davide Batzella Letto 5.078 volte0

Serramanna1

In una zona della campagna attorno a Serramanna, a circa due chilometri dal paese, sono ancora visibili i resti di un antico nucleo abitato.

Questa zona, il cui nome stesso, Santu Jorxu (San Giorgio) sembra suggerire l’immagine di un paesino, pare che fosse, in età remota, forse paleocristiana, uno dei tanti microinsediamenti umani di questo lembo di Campidano. Recenti opere di bonifica l’hanno risanata mettendo in luce un’ampia distesa di terra fertile, ma solo mezzo secolo fa era una plaga di acquitrini irta di giuncaie e di canneti, abitacolo di zanzare e focolaio di malaria. Ai tempi, però, a cui risalgono le fondamenta che ogni tanto affiorano dalle zolle rimosse dal vomere o dal piccone, pare che fosse una specie di Eden, ricco di orti e di frutteti e popolato da gente alacre e industriosa.

Una minaccia incombeva costante sul lavoro e sulla vita stessa di questa gente. Questa era rappresentata dai periodici straripamenti del fiume Leni che, durante le piene invernali, scendeva impetuoso dalle montagne di Villacidro, rompendo gli argini e dilagando per le pianure, travolgendo colture e piantagioni e, spesso, le case che incontrava nella sua folle corsa.

Santu Jorxu, situata nel fondo valle, subiva sistematicamente le bizzarrie di questo fiume. Gli abitanti, assuefatti a questo stato di cose, sapevano già che ogni anno, in primavera, avrebbero dovuto ricostruire ciò che il fiume aveva l’inverno precedente distrutto.

Un anno imprecisato la distruzione fu però tale che neppure i pazienti paesani di Santu Jorxu riuscirono ad accettarla come una normale sfuriata degli elementi. Era un castigo di Dio! L’acqua sommergeva alberi e case e tutt’intorno era una desolata liquida distesa. All’orizzonte si profilava, rosata sotto il sole che ricompariva, una fuga di alture come la dentellatura di una grande sega (in sardo “serra. E gli jorxini lì decisero di rifugiarsi. “A cussa serra manna!”, borbottavano sconsolati raccogliendo sui plaustri le masserizie e tutto quanto potevano recuperare.

A dire il vero, la località di Serra Manna o Serramanna era già frequentata dagli abitanti delle borgate vicine, come Santa Barbara, Santa Maria, Santu Deu e, principalmente, dagli abitanti di Hipis, paesino di origine punico-romana che vantava il merito di aver dato i natali a Sant’Avendrace e che, forse, per gli stessi motivi degli jorxini, assieme agli abitanti di Santa Maria, situata nello stesso fondo valle, abbandonata l’antica sede, trovarono rifugio qui.

Non si sa bene a chi per primo sia venuto in mente di battezzarla con questo nome. Certo è che gli jorxini, venuti ad ingrossare le fila dei primi villici, singolarmente cordiali ed ospitali, portarono con loro un bagaglio di atavico fatalismo, formatosi attraverso i secoli trascorsi nella sopportazione dell’inclemenza dei fenomeni naturali. Questi caratteri, sia la cordialità dei primi che il fatalismo dei secondi, sopravvivono e tutt’ora sono riscontrabili nell’indole dei serramannesi d’oggi.

La leggenda della ragazza di Piscina Manna

Sull’antica sede degli jorxini, divenuta una plaga inospitale, poi conosciuta col nome di Sa Piscina Manna, fiorì presto una leggenda.

Una ragazza bellissima, tanto bella che la fama del suo fascino, varcati i limiti della zona, aveva raggiunto i paesi del circondario e veniva citata come termine di confronto, viveva sola in quel paesino. Ma, quanto era bella, questa ragazza, altrettanto era povera. E si guadagnava da vivere lavando i panni al fiume.

Batteva i panni tutti i giorni su una pietra liscia, allisciata ancor più dall’uso quotidiano, e cantava con voce melodiosa, tanto che il Maestrale, al suo canto, si fermava ad ascoltare. La sentì un giovane cacciatore, la vide e se ne innamorò. Se ne innamorò d’un amore travolgente, come il Leni quando scende con le sue piene dai monti di Villacidro. Le promise tesori; le promise una vita di sogno; le promise un amore eterno… e la conquistò. Ma, come l’impeto del Leni, placata la furia della piena, scompare, così, l’ardore del cacciatore, dopo il primo appassionato incontro, svanì. E la ragazza, tanto bella e tanto povera, rimase sola… col frutto di un attimo di sogno.

E tutti i giorni andava al fiume; batteva i panni sulla pietra liscia e cantava. E la sua voce triste l’ascoltava il vento che frusciava tra le canne. Un giorno arrivò al fiume con due fagotti: uno con i panni da lavare e l’altro con un bambino appena nato. E lei batteva i panni sulla pietra liscia e cantava una nènia al suo bambino… Il fruscio del vento tra le canne, che sempre al suo canto si fermava, quel giorno continuò. Anzi, parve a un certo punto alla ragazza di udire un brusio più accentuato. Un presentimento sinistro la colpì. Si volse e vide un giovanotto con una faretra e un arco tra le mani sbucare dal canneto.

Era il cacciatore che, saputo di avere un figlio, veniva a portarlo via. Come una belva minacciata, lei spiccò un balzo ed afferrò il fagottino.

Il Leni rumoreggiava lugubre, mentre onde schiumose scendevano con violenza inaudita dai monti di Villacidro. “Non toccare il mio bambino!”, gli ringhiò in faccia con gli occhi sbarrati, “non toccare il mio bambino!”. Fece due passi indietro guardinga. Scivolò sull’erba bagnata e cadde nel Leni inferocito.

Mentre onde scure e spumeggianti trascinavano la ragazza e il suo bambino verso il mare, il cacciatore, terrorizzato, montò a cavallo e scappò.

Correva impazzito dal terrore e, forse, dal rimorso ed una voce lo inseguiva, assidua, martellante, implacabile: “Non toccare il mio bambino!… Non toccare il mio bambino!…”.

E gli anziani raccontano che ancora, sulla strada di Sa Piscina Manna, al tramonto o prima che spunti il sole, tra il fruscio del vento nei canneti, una voce melodiosa incanti i cuori dei passanti, scandita da un battito di panni su una pietra. Ma, come ti avvicini, cala un silenzio inquietante, rotto da un improvviso urlo ferino: “Non toccare il mio bambino!…”, mentre un brivido corre lungo la schiena del viandante.

Tratto dal libro “Serramanna: scorci di vita paesana, di L. Muscas”

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