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Una visita a casa di Grazia (Deledda)

di Davide Batzella Letto 2.254 volte0

di Manuela Orrù

Quando sono capitata a Nuoro qualche mese fa ho deciso che una visita a casa di Grazia Deledda me la sarei concessa. Nel 2016 ricorrevano i novant’anni dall’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura a questa grande scrittrice nostra conterranea e Nuoro, sua città natale, e tutta la Sardegna hanno colto l’occasione per organizzare reading, convegni, conferenze che parlassero della grandezza di Grazia, donna sarda dell’800, che ha saputo seguire il suo irrefrenabile demone che la voleva scrittrice.

Di paesaggi, di profumi, di suoni, di storie raccontate vicino al fuoco nei freddi inverni barbaricini, si è nutrito quel demone che da sempre sapeva e voleva essere scrittrice. Lei ha avuto la consapevolezza di quello che era e lo ha perseguito con una tenacia rara e una determinazione unica, tanto più rara e unica vista la realtà in cui si è manifestata e la persona che l’ha incarnata. Perchè Grazia era nata nel 1871 a Nuoro, paesone della Sardegna con velleità di città ma ancora intriso di tutto il provincialismo e i pregiudizi che pesavano ancora di più sulle donne, alle quali nulla era concesso al di fuori del matrimonio o di un malinconico zitellaggio.

Così si descrive Grazia in una lettera scritta al direttore della rivista “L’ultima moda” che aveva pubblicato la sua prima novella “Sangue sardo” :- Le farò la mia silhouette in due o tre righe : ho vent’anni, sono bruna e un tantino anche brutta… Sono una modestissima signorina di provincia che ha molta volontà e coraggio in arte, ma anche nella sua vita, solitaria e silenziosa, e la più timida ragazza del mondo -.

Volontà e coraggio di rivoluzionare un destino e seguire il suo sogno. E per farlo Grazia ha dovuto prima sposare il dottor Malesani, poi suo fedele compagno di vita, soprattutto ha dovuto emigrare verso quel continente che avrebbe accolto il suo lungo respiro letterario, pur tra critiche malevole e invidiose, ed essendo lei una emerita sconosciuta le avrebbe permesso di scrivere senza avere intorno ostilità e pregiudizi.

Così Grazia ha potuto spiccare il volo verso il suo destino e la sua indomabile vocazione.

Ho sempre ammirato questa donna e madre scrittrice e sentivo il bisogno di vedere dove era nata, dove era vissuta in quegli anni dell’infanzia e della giovinezza in cui il suo spirito si era formato, dove la sua quotidianità si dipanava, come il filo del lavoro al telaio che tesseva l’arazzo del suo spirito profondo.

Ma entriamo ora nella casa attraverso un portoncino posto sulla via principale. Gli ambienti che ci accolgono sono sobri e raccolti, ci dicono che la casa è stata restaurata di recente e vi sono stati allestiti dei pannelli, non digitali, che riportano frasi della Deledda, estratti dei libri, fotografie. Le teche raccolgono lettere autentiche, il telegramma con cui le venne comunicata l’assegnazione del Nobel, il pennino con cui scriveva e altri oggetti da lei usati.

Al primo piano troviamo una stanza dove è trasmessa in video una registrazione di Grazia a Stoccolma a cui fanno da sfondo le parole del suo discorso la sera della premiazione davanti alla corte reale svedese. Quel discorso passerà alla storia del premio per essere stato il più breve e conciso intervento del vincitore del premio. Grazia, scabra ed essenziale come le pietre della sua isola…

I mobili originali non ci sono più, solo è stato trasferito in toto il suo studio romano con i massicci mobili in noce che lei volle intagliati con le figure della tradizione sarda, per sentirsi un poco a casa anche a Roma. L’accogliente cucina è stata arredata con quelli che erano gli oggetti che Grazia stessa descrive, soprattutto nel suo libro autobiografia “Cosima”. La cameretta si presenta con l’alto letto in ferro battuto, il piccolo scrittoio, la finestrella affacciata sulla valle di Oliena, il monte Ortobene sullo sfondo. La cucina si apre sul cortile posteriore, oggi spoglio, l’orto non esiste più, gli animali da cortile, il cavallo li si può solo immaginare, ma quello che subito colpisce lo sguardo è il paesaggio che da lì si gode: verdeggiante e selvaggio, aspro e avvolgente, certo Grazia se ne sarà sentita talvolta oppressa, altre volte invece avrà avuto la sensazione di essere in un grembo che nasconde e protegge. Perché quelle montagne incutono timore e riverenza e pare che schiaccino con la loro maestosità, chiudano in un cerchio difficile da superare. Ma Grazia aveva le sue ali, ali da bruscia come la consideravano i suoi concittadini contemporanei, perché aveva avuto la sfrontatezza di dire quanto non andava né detto né scritto, ali da sparviero, quello che lei era nel cuore timido ma risoluto.

La casa di Grazia Deledda è proprio come la immaginavo, la casa di una famiglia benestante nuorese dell’800, con gli spazi misurati, i muri grossi di pietra, le piccole finestre, la scala ripida, la cantina per le provviste, il cortile per le mille attività che in quei tempi erano necessarie e funzionali allo svolgersi delle giornate delle persone. E Grazia lì ha vissuto, il suo sguardo, severo nelle fotografie, si posava sugli oggetti familiari: il piccolo scrittoio, il pennino, la preziosa carta, i libri della biblioteca paterna. Da lì usciva con la sua immaginazione, scrivendo storie, passioni, vite che lei mai avrebbe vissuto nella realtà ma che con lo scrivere sapeva rendere appassionanti, tormentate, vere, capaci di narrare la condizione umana in ogni luogo e in ogni tempo e in ogni manifestazione del suo variegato spirito.

In questa semplice e spartana casa del centro di Nuoro, nella via che oggi porta il suo nome, nel rione di San Pietro, nacque una grande scrittrice. La seconda delle quattordici donne che ,in centoquindici anni di assegnazione del Nobel, vinse questo prestigioso riconoscimento è una sarda, una vera donna che seppe costruire il suo destino conservando nel profondo l’identità della sua isola.

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