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Quando non c’era Serramanna

di Davide Batzella Letto 1.828 volte0

di Manuela Orrù

Se percorri la via Roma e fai la curva di via Eleonora D’Arborea te li ritrovi davanti. Sembrano messi lì come di guardia ad un luogo importante, loro, due guerrieri nuragici con le inseparabili armi, un arco e le frecce quello di sinistra, lo scudo e la spada quello di destra. Stanno in rilievo sul muro di un piccolo locale, posti ai lati dell’ingresso quasi a fare le sentinelle ad una porticina che io non ho mai conosciuto aperta, proprio all’imboccatura di via Eleonora D’Arborea dalla via Roma, inossidabili, forse un po’ scoloriti perché oggi appaiono giallognoli ma nel mio ricordo sono stati anche verde bronzetto. E i bronzetti hanno ispirato l’artista. Sono stati scolpiti nei primi anni settanta, anni in cui non c’erano ancora stati i ritrovamenti delle grandi statue di pietra di Monte Prama, e certo l’artista è stato guidato dal suo sentimento di essere sardo quando tutto il sistema spingeva a dimenticarlo, a lasciare indietro il senso di appartenenza all’isola e alla sua cultura.

In tutti questi anni che stanno su quella parete nessun graffitaro si è mai sognato di lasciare la sua firma, quasi promanino dalle figure stilizzate un senso di sacro rispetto che non ha risparmiato neppure i muri delle chiese…

I bronzetti scoloriti ma imperturbabili non lo sanno ma sono lì per ricordarci da dove veniamo. Si stagliano sulla parete quasi pronti a riprendere una marcia interrotta per guardarsi intorno e, chissà, forse rientravano al loro accampamento dopo una sosta al Nuraghe di Santa Maria per una preghiera votiva, una danza propiziatoria al Menhir Perda Fitta prima di un’ultima battaglia per difendere la loro terra minacciata dagli invasori. Certo se oggi dovessero riprendere vita, i guerrieri nuragici capirebbero che quella battaglia, di cui non hanno più memoria, l’avevano perduta. Immagino che anche per noi incontrarli nel presente ci farebbe pensare di aver a che fare con degli alieni, alenus venuti da un altro mondo.

In effetti vengono da un altro mondo questi guerrieri nuragici, da un tempo in cui Serramanna non c’era e c’era invece una grande pianura ricca di sorgenti e fiumi che l’attraversavano con tanti villaggi sparsi, testimoniati oggi dai nomi dei siti che sono rimasti, tanti piccoli insediamenti umani distribuiti sulla grande distesa pianeggiante. Alcuni di questi risalgono addirittura ad un periodo precedente alla civiltà nuragica e tutti, sia questi siti chiamati “cuccurus” sia i nuraghi in un’epoca successiva, venivano costruiti su delle alture che nel nostro territorio, pur essendo nel Campidano, sono numerose. Cuccuru Ambudu, Cuccuru Pontis, Cuccuru Cibindia, in prossimità del quale si trova anche il Menhir Perda Fitta, hanno riportato alla luce antichi villaggi fiorenti dove il vasellame recuperato testimonia una grande capacità artistica e una fantasia non comune nell’isola.

Quando i nostri amici guerrieri, armati di tutto punto, percorrevano questi luoghi qualche millennio di anni fa, il paesone non era ancora stato immaginato. Dico immaginato perché credo che una comunità oltre ad assembrarsi, a raggrupparsi per vivere a stretto contatto decidendo di condividere regole comuni e riconosciute da tutti, debba anche nascere dalla mente di uomini e donne che sognano e immaginano, desiderando una vita sociale e abbandonando il nomadismo e la precarietà di un nucleo umano che vive isolato alla mercé di potenziali invasori così come di eventi naturali disastrosi. Il paesaggio che si offriva agli occhi di questi uomini era quello di una piana irregolare con alture e pendii, is cuccurus e is bruncus, con i fiumi che scorrevano più in basso verso la loro meta marina, arricchiti dalle acque delle montagne che ad occidente si stagliano con la loro maestosità, le numerose sorgenti, riconoscibili dal nome di mitzas, ricche di acque sorgive ma anche calde fonti termali e minerali, da sempre riserve inestimabili per le genti che hanno scelto la pianura come casa. Quella grande pianura era un’unica verdeggiante foresta e is cuccurus e is bruncus erano i luoghi scelti per vivere ed innalzare i nuraghi, sempre in prossimità dei fiumi e delle sorgenti.

Ci sono rimasti i nomi di quelle torri un tempo maestose e imponenti, simboli del senso comunitario di quelle genti lontane nel tempo ma vicine nello spirito se solo fossimo capaci di considerarci un popolo, come loro si consideravano ed erano. Bruncu Gattus, Su Muntonali, Santa Maria, Santa Luxeria: gli studiosi ci dicono che oggi non c’è più traccia di quei nuraghi perchè le pietre usate per edificarli sono state riciclate nei secoli, visto che in zona le pietre scarseggiano, per fondamenta di case, acciottolati e chissà cos’altro. Eppure il tempo, se anche ha fatto scomparire l’edificio fisico, non ha cancellato il nome dei luoghi e tanto meno i luoghi stessi che per quelle prime popolazioni erano simboli del sacro e della comunità che nel nuraghe si riconosceva e si identificava. Santa Maria e Santa Luxeria: evocano luoghi sacri alla Dea Madre, quella Grande Dea Mediterranea che i sardi antichi veneravano, come anche i primi abitanti di Serramanna e del suo territorio ci direbbero, accompagnandoci in una notte di luna piena ai piedi di un menhir con undici coppelle in negativo, una Perda Fitta conficcata nel terreno, che si erge composta e massiccia. Chissà quali cerimonie vi si celebravano, quali invocazioni venivano rivolte a questa Dea Madre, forse le stesse che anche oggi noi rivolgiamo a un Dio Padre quando un aiuto divino può renderci la vita più semplice: “ Dio dacci la salute. Prega per noi. Dacci un buon raccolto. Aiutaci nelle difficoltà “.

E’ vero, siamo lontani nel tempo da quelle genti, eppure le necessità degli uomini e delle donne non sono cambiate, a dimostrazione che siamo ancora come loro, con le stesse paure e gli stessi sogni. Ma a differenza di quelle antiche popolazioni, che vivevano immerse nel sacro, tutto ciò che li circondava era emanazione della divinità, noi oggi non abbiamo il sacro nelle nostre esistenze, la divinità è marginalizzata e non riusciamo a vivere il legame con la natura, con quella Madre Terra che qui ci ha accolti. Presi per mano da un’anziana sacerdotessa, forse una jana, con la sua giovane novizia, verremo condotti lungo una strada che oggi è in campagna, poco fuori dal paese, e che tutti conosciamo come Sa Bia Is Perdas. Is Perdas perchè? Se la si percorre ancora oggi è possibile identificare dei grandi massi sparsi sui bordi della stradina nonché disseminati nei terreni intorno. Alcuni di questi massi è facile riconoscere che sono stati lavorati e trasformati ma oggi li ignoriamo e anzi li troviamo ingombranti perché disturbano nel lavoro dei campi e volentieri ce ne libereremo se fosse possibile… Eppure quelle perdas ai due guerrieri nuragici del bassorilievo di via Eleonora D’Arborea avrebbero instillato un sacro rispetto. Allora seguendo le nostre guide femminili, che ancora avevano accesso all’importante ruolo del sacerdozio, ci saremmo trovati davanti ad un grande circolo megalitico, come altri presenti nell’isola, un circolo solare e lunare che scandiva le stagioni e i cicli della vita, nascita- morte-rinascita.

Un circolo magico dove le pietre erano gli antenati nobilitati e legati in un eterno ballu tundu a ricordare la circolarità dell’esistenza umana legata indissolubilmente, ieri come oggi, alla natura e alla terra, al ciclo di vita e morte. Quante volte ho percorso quella strada, fatto quella curva e non vi ho visto, nobili guerrieri lontani nei millenni. Poi un giorno mi sono fermata e vi ho guardati con occhi liberi e cuore aperto, con una nuova consapevolezza ho visto in voi quei primi abitanti che qui scelsero di vivere, immaginando un’esistenza più tranquilla e agevole, costruendo una comunità cui fare riferimento sia in s’annada mala che in s’annada bella. E devo dire che comunque vadano oggi, e siano andate ieri, le cose, ci siete riusciti a fare di tutte queste genti arrivate fin qui, nel bene e nel male, una comunità. In un’epoca che vive e si confronta col mondo globalizzato, riconoscersi in una comunità è importante perché ci dà delle radici, ci fa sentire parte di un luogo in cui spendere le energie per creare un futuro. Occhi puntati al futuro come lo sguardo del guerriero nuragico , e il cuore ben saldo nel riconoscere il valore di quel passato. Perché solo il passato elargisce futuro. E alla luce di quel valore continuare il nostro cammino di comunità agricola che investe nella tecnologia e nella cooperazione, che affronta le difficoltà del presente consapevole che solo uniti si può continuare a crescere e dare speranze ai nostri figli. E auguro che l’esperienza che viene dalle genti che qui hanno vissuto regali a noi serramannesi del presente la saggezza necessaria a superare gli ostacoli e a risolvere i problemi della nostra epoca.

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