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A mio padre Pau Felicino (noto Felice, 01.01.1920- 08.04.1991)

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di Giuliana Pau

A mio padre  Pau Felicino (noto Felice) 01.01.1920- 08.04.1991

Le due vite.


Mio padre in punto di morte aveva ancora la forza di incoraggiarmi. Era rassegnato all’idea di lasciare questo mondo per uno migliore e, di fronte alla mia inconsolabile tristezza e alla mia rabbia giovanile, me ne spiegò la ragione.

Lui aveva già vissuto due vite e per questo ringraziava l’Artefice della vita. Chi lo conosceva sapeva dei suoi trascorsi da ragazzo e della sua prigionia in Germania durante il secondo conflitto mondiale. I suoi racconti, risalenti a quel periodo, incuriosivano un poco piccoli e grandi. Io, invece, non li apprezzavo tanto, perché li utilizzava anche per “fare le prediche” che nessun figlio manda giù volentieri. La fame sofferta serviva, per esempio, per fare in modo che sul piatto non rimanesse neppure una briciola di cibo; l’amore per i familiari, diceva, si apprezzava solo quando si è lontani; condividere il poco che si ha, come l’unica fetta di pane nero tedesco, faceva bandire ogni forma di egoismo, e altre ancora. Ora però mi piacerebbe ascoltarlo.

 Mi raccontò che nel campo-lavoro tedesco a Wittenberg mentre lavorava coattivamente alla costruzione di aerei nell’industria bellica, (in spregio alla convenzione di Ginevra, aggiungo io), le sue condizioni di salute si aggravarono, non si reggeva in piedi per la febbre che lo consumava e per la denutrizione, ma fu salvato da un suo compagno russo che, al momento della ronda di controllo, lo incitava a stare in piedi, anzi lo prendeva di peso come se fosse una marionetta mettendolo in piedi e gli consigliava di far finta di lavorare. E questo per vari giorni.  E sì, i prigionieri che non servivano come forza lavoro facevano una brutta fine, uomini “usa e getta” da mantenere finché utili, spremuti con il lavoro duro e rilevanti solo in un calcolo inumano di costi/benefici.  Per la verità, la classificazione che il governo tedesco dava ai nostri soldati catturati dopo l’armistizio dell’ 8 settembre ’43  non era quella di prigionieri, benché di fatto lo fossero, ma quella di IMI, acronimo che sta per Internati Militari Italiani. Questo diabolico escamotage privava i nostri soldati  degli aiuti e dell’assistenza della Croce Rossa Internazionale e dell’applicazione della convenzione di Ginevra. Sarebbe morto lì, diceva papà, anzi si considerava già morto in quella terra straniera dove aveva sofferto la fame, il freddo e lo spaesamento più totale per il miscuglio di nazionalità con cui era venuto a contatto oltre che per la barriera della lingua (nessuno padroneggiava la lingua tedesca con cui si impartivano gli ordini che venivano  perciò “spiegati” a suon di botte).

E invece, nell’agosto del ’45, dopo un viaggio di rientro che fu una vera odissea, ebbe la fortuna di tornare nel suo paese, Serramanna, e di riabbracciare i suoi cari genitori, sua sorella Peppina e suo fratello Ennio.
Chiamato alle armi il 13 marzo del 1940 rientrò dal servizio militare dopo cinque lunghi anni, gli ultimi due passati senza alcun contatto con la sua famiglia che aveva perso le speranze di riaverlo con se. Quando sua sorella lo vide non lo riconobbe: partì poco più che ragazzo e rientrava uomo. Pesava poco più di 45 kg ma nel peso era compreso il cappotto e l’abbigliamento militare pesante. Poi, dopo anni, innamorato sempre del suo mestiere, tra la forgia e l’incudine, il martello in mano, artefice del ferro che prendeva le forme più varie, arrivò il matrimonio con mamma e la nostra nascita, di mio fratello e mia, che lo resero così… Felice di nome e di fatto, per quella seconda vita che gli era stata regalata.

Dopo l’8 settembre — sono le cifre che ci fornisce Mario Avagliano, storico, tra i massimi conoscitori di quel periodo tra il 1943 e il 1945 e autore, assieme a Marco Palmieri, per le edizioni Il Mulino di «I militari italiani nei lager nazisti» — circa un milione di soldati italiani fu catturato dai nazisti. Circa 196.000 riuscirono a fuggire nelle successive e immediate giornate. In 94.000 accettarono subito di combattere nella Rsi. Circa 710.000 furono internati in Germania. Di questi 100.000 aderirono a Salò, rientrando progressivamente in Italia. Circa 600.000 si rifiutarono di aderire al fascismo venendo liberati solo dopo il 25 aprile).

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