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Padre Agostino Carta di Serramanna, gesuita missionario del settecento

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di Paolo Casti

Serramanna nel XVIII secolo era un importante centro del Campidano, la cui economia era fortemente legata all’agricoltura e all’allevamento. Intorno all’abitato si estendevano vasti terreni coltivati a grano, orzo, legumi e vite, alternati a pascoli e aree destinate all’allevamento. 

Il territorio era attraversato da una rete di viottoli e strade rurali in terra battuta, che collegavano il paese con le campagne circostanti e con i centri vicini.

La vita religiosa rivestiva un ruolo fondamentale nella società serramannese e la parrocchia di San Leonardo costituiva uno dei principali punti di riferimento della comunità, non soltanto per la vita spirituale, ma anche per numerosi aspetti della vita sociale

Accanto alla parrocchia era significativa la presenza degli ordini religiosi, in particolare quella dei Domenicani, mentre i Gesuiti non risultano avere avuto un insediamento stabile a Serramanna.

I Domenicani costituivano una presenza ormai consolidata nella comunità. La loro permanenza era legata al convento di San Sebastiano, dove si erano stabiliti il 12 dicembre 1631, in seguito al lascito testamentario del sacerdote Antioco Pullo che, nelle sue ultime volontà, fece dono di tutti i suoi beni all’Ordine dei Domenicani a condizione che edificassero a Serramanna un Convento. 

Nel corso del XVIII secolo il convento rappresentava quindi una presenza religiosa ormai radicata nel paese, inserita nella vita spirituale e sociale della comunità.

La presenza domenicana va inoltre considerata nel più ampio contesto della società rurale del Campidano settecentesco, nella quale la religione, le istituzioni ecclesiastiche, la proprietà della terra e le attività agricole erano strettamente intrecciate.

Il Cabreo del Combento de Serramana, attesta che nel Settecento i Domenicani gestivano un ingente patrimonio di beni immobili. Questo registro conteneva l’elenco delle rendite, dei terreni affittati e delle compravendite nel territorio di Serramanna. I frati gestivano la vita religiosa e assistenziale legandosi strettamente alla Confraternita della Madonna del Rosario (noti come cunfradis biancus per via del loro abito), si occupavano del culto della Madonna del Rosario, e curavano le festività mariane, come l’Annunciazione, la Candelora ed il Rosario e partecipavano il giorno di Pasqua alla cerimonia de S’Incontru, accompagnando in processione il simulacro della Vergine Maria sino ad incontrare, nell’attuale piazza dei Martiri, quello del Cristo risorto, portato dalla Chiesetta delle Anime del Purgatorio dai membri della Confraternita delle Anime, detta dei cunfradis arrubius, i confratelli rossi.

Nonostante le proprietà terriere, a metà del XVIII secolo i Domenicani vivevano alterne fortune a causa dell’instabilità delle rendite e dei censi agrari sardi, pur rimanendo l’ordine di riferimento fino alla chiusura dell’ottocento.

La Compagnia di Gesù (i Gesuiti) non possedeva un convento o un collegio a Serramanna, ma operavano principalmente nei grandi collegi urbani (come a Cagliari o Iglesias) ed esercitavano la loro influenza attraverso le missioni popolari periodiche nelle zone rurali del Campidano.

In quel periodo la Sardegna passò dalla dominazione spagnola a quella austriaca (1708–1720) e poi ai Savoia, che governarono l’isola dal 1720.

Questo per dare un sommario spaccato del contesto in cui spicca la figura del padre gesuita, Agostino Carta, nato il 31 maggio 1698 a Serramanna.

Di lui e della sua infanzia e adolescenza non si conosce molto, se non che entrò giovanissimo nell’Ordine dei Gesuiti (il 31 maggio 1716), professò i 4 voti nel 1733 e all’età di 37 anni, fu inviato come missionario in Messico.

Il significato dei 4 voti:

Povertà La rinuncia ai beni materiali personali.

Castità L’obbligo del celibato e della purezza.

Obbedienza La sottomissione alle decisioni dei superiori dell’ordine.

Obbedienza speciale al Papa riguardo le missioni È il voto cardine della Compagnia dei Gesuiti. Il gesuita si mette a completa e immediata disposizione del Pontefice per essere inviato in qualsiasi parte del mondo (comprese le frontiere più pericolose) per l’evangelizzazione e la cura delle anime.

La professione dei quattro voti richiedeva il superamento di un lunghissimo percorso di formazione (il “terz’anno” di noviziato avanzato), l’eccellenza negli studi teologici e filosofici, e una provata solidità spirituale valutata direttamente dal Padre Generale a Roma.

Un’ipotetica ricostruzione di Padre Carta, secondo la descrizione del tempo (trentasette anni, B.C. (buona corporatura), scuro di carnagione, magro, naso un po’ grosso)

Il 3 aprile 1735, Agostino Carta, partì da Cagliari e il 22 novembre 1735 lasciò l’Europa, assieme ad altri tre gesuiti sardi: Bachisio Silay di Oliena, Juan Piras di Bosa e Pedro Pablo Massidda di Santu Lussurgiu.

Così veniva registrato, nel 1735, Agustín Carta nella lista dei partenti dalla Spagna per la Nueva España, a bordo del vascello “Santa Rosa” (noto anche come Nuestra Señora de la Rosa), facente parte della flotta mercantile diretta verso il Messico:

“…nativo della città di Serramanna nell’isola di Sardegna, arcivescovado di Cagliari… trentasette anni, B.C. (buona corporatura), scuro di carnagione, magro, naso un po’ grosso”

Colegio Máximo de San Pedro y San Pablo – Città del Messico

Lo sappiamo grazie alle pratiche di imbarco registrate nei documenti ufficiali della Casa de la Contratación di Siviglia (Archivio Generale delle Indie). 

Questo nucleo di religiosi sardi faceva parte delle spedizioni missionarie inviate a rafforzare la presenza dell’ordine nella Provincia gesuita del Messico prima dell’espulsione della Compagnia decretata poi nel 1767. 

Padre Agostino è uno dei profili più rilevanti fra i gesuiti sardi. Operò attivamente in Messico (Nuova Spagna), dove rivestì ruoli di alto prestigio e responsabilità.

Nel 1751 ricoprì l’incarico di Visitatore Generale delle Missioni, poi dal gennaio 1755 a inizio 1760 fu Rettore del Colegio Maximo de México e Provincial (noto storicamente come Colegio Máximo de San Pedro y San Pablo), la principale e più importante istituzione educativa e teologica gestita dai gesuiti nel Vicereame della Nuova Spagna.

Fondato nel XVI secolo, fungeva da università e centro di formazione sia per i futuri sacerdoti dell’ordine, sia per i giovani laici dell’élite coloniale. 

La carica di “Provincial” indicava la massima autorità religiosa che governava l’intera provincia gesuita del Messico, un ruolo di enorme peso politico, pastorale e amministrativo. 

I padri gesuiti che operavano in Messico, nelle Filippine o in Sudamerica vennero colpiti dal decreto d’espulsione La condanna dell’extrañamiento firmato il 2 aprile 1767 da re Carlo III di Spagna.

Al 2 aprile 1767, risultavano 8 missionari sardi in Messico:

Angel Carta, Agustín Carta, Francisco Cos, Juan Cubeddu, José Garrucho, Pedro Pablo Massidda, Antonio Polo, e Angel Maria Quessa.

Il sovrano spagnolo privò i gesuiti della nazionalità e ne ordinò l’allontanamento immediato da tutti i territori dell’Impero, confiscandone i beni. I gesuiti vennero accusati di essere come uno “Stato nello Stato”, ostile alle riforme e troppo fedeli al Papa. Furono persino accusati di aver istigato i violenti tumulti popolari avvenuti a Madrid nel 1766 (i moti di Squillace).

Circa 5.000 gesuiti dell’Impero spagnolo vennero stipati su navi e deportati in Europa. Inizialmente ammassati sulle coste dello Stato Pontificio, molti trovarono rifugio temporaneo in Corsica prima di disperdersi nelle città italiane (soprattutto a Bologna, Ferrara e in Romagna).

Padre Agostino Carta, al momento dell’improvviso decreto di espulsione del 1767 si trovava presso la Casa Professa di Città del Messico, nota ufficialmente come Tempio di San Felipe Neri (La Profesa), e morì tragicamente nel porto di Veracruz l’8 agosto dello stesso anno, stroncato dalla febbre gialla ancor prima che la nave per l’esilio potesse salpare

Il porto di Veracruz era tristemente noto all’epoca per le epidemie endemiche di febbre gialla (il cosiddetto vómito negro) e per l’umidità asfissiante; in attesa dell’arrivo delle fregate spagnole destinate a deportarli in Europa, i gesuiti vennero stipati e reclusi in magazzini portuali o fortezze militari umide e prive di igiene col cibo che scarseggiava e l’acqua potabile contaminata.

L’applicazione del decreto di espulsione di Carlo III più che di una regolare deportazione, si trattò per molti religiosi anziani e malati di una vera e propria marcia della morte. Le truppe della Corona spagnola circondarono simultaneamente tutti i collegi e le case gesuite di Città del Messico, i padri vennero svegliati nel cuore della notte, dichiarati prigionieri del re e privati immediatamente di ogni effetto personale (inclusi manoscritti, libri e appunti di una vita). 

Senza alcuna preparazione né riguardo per l’età avanzata, i gesuiti vennero incolonnati e costretti a intraprendere a tappe forzate il cammino verso la costa atlantica, diretti al porto d’imbarco di Veracruz. 

Agostino Carta aveva all’epoca 69 anni, un’età rispettabile per l’epoca, e le sue condizioni fisiche erano già precarie a causa dei lunghi decenni trascorsi nelle dure missioni di frontiera.

Mentre la Spagna cacciava i gesuiti dai propri territori nel 1767, in Sardegna la situazione locale seguiva i piani strategici di Carlo Emanuele III di Savoia, Re di Sardegna.

  • La cautela iniziale: Pur non amando l’influenza della Compagnia di Gesù sull’istruzione e sulle rendite economiche isolane, il governo sabaudo non seguì l’immediata via dell’espulsione violenta attuata da Spagna e Francia. I Savoia preferirono attendere le mosse del Papa. 
  • Il controllo delle rendite: Nello stesso periodo, i ministri sabaudi iniziarono a mappare e stringere il controllo amministrativo sui collegi e sui ricchi patrimoni fondiari che la Compagnia deteneva in città come Cagliari, Sassari, Alghero e Iglesias.

La fine definitiva e violenta della presenza storica dei gesuiti in Sardegna si consumò nel 1848, in seguito ai moti popolari di forte matrice antigesuitica scoppiati nel Regno di Sardegna. Sebbene l’ordine fosse già stato sciolto nel 1773 (Papa Clemente XIV firmò il 21 luglio 1773 il breve Dominus ac Redemptor) e poi ripristinato nel 1814, fu la cacciata definitiva di metà Ottocento a cancellare la loro struttura secolare. 

Fonti:

P. F. Zambrano S.J. (hasta el tomo XI) e P. J. Gutierrez Casilla S. J. (desde el tomo XII): Diccionario Bibliográfico de la Compañia de Jesús en México

R. Turtas, “Gesuiti sardi in terra di missione tra Seicento e Settecento”, Bollettino di Studi Sardi – Anno II, numero 2 – novembre 2009

G. Kratz, “Gesuiti italiani nelle missioni spagnuole al tempo dell’espulsione (1767-1768)”

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