Raimondo Collu, anello di congiunzione della tradizione ceramica del Campidano tra Serramanna e Assemini
di 29 Settembre 2026 08:20 Letto 466 volte0
di Paolo Casti
Il volume Ceramiche. Storia, linguaggio e prospettive in Sardegna, pubblicato da Ilisso nel 2008, offre un importante contributo alla conoscenza e alla ricostruzione della lunga tradizione ceramica dell’Isola.
Tra i centri maggiormente legati a questa tradizione figura Assemini, da secoli conosciuta per la produzione vasale e per la presenza di numerose famiglie di stovigliai.
Eppure, dietro questa storia apparentemente tutta asseminese, emerge un particolare meno noto, che conduce direttamente a Serramanna.

Una parte delle innovazioni introdotte nella lavorazione dell’argilla sarebbe infatti legata alla figura di un ceramista serramannese e al suo allievo, divenuto in seguito suo genero.
A loro si deve il perfezionamento di alcune fasi della lavorazione, attraverso l’introduzione di una griglia destinata a filtrare l’argilla e a eliminarne scorie e impurità, migliorando così la qualità dell’impasto utilizzato per la produzione ceramica.
Ma il rapporto tra Serramanna e la cultura della ceramica non si limita alla trasmissione di tecniche e mestieri, infatti nel Campidano era diffusa anche un’antica consuetudine legata alla dimensione simbolica e rituale degli oggetti in terracotta.
Alcuni manufatti venivano collocati sulle falde dei tetti delle abitazioni, con una funzione che andava oltre quella puramente decorativa: si riteneva infatti che potessero proteggere la casa e i suoi abitanti dalle influenze negative e dalle forze malefiche.
Si trattava dunque di oggetti dalla funzione apotropaica, vere e proprie forme di protezione popolare contro il malocchio e la malasorte.
Tra questi comparivano anche i caratteristici cavallini in terracotta, realizzati al tornio dai vasai e probabilmente legati, per tecnica e tradizione, alla produzione dei ceramisti asseminesi.

da “Sardegna Imprevista” di Vico Mossa – Ed. CHIARELLA – 1975
Ed è proprio in questo intreccio di uomini, famiglie, tecniche e tradizioni che si inserisce la vicenda di Raimondo Collu, ceramista di Serramanna. Anche Collu contribuì alla produzione dei celebri cavallini portafortuna, mantenendo così un legame con una tradizione che affondava le proprie radici nel territorio di origine.
La sua storia assume quindi un significato che va oltre la semplice biografia di un artigiano.
Collu nacque a Serramanna e, attraverso il matrimonio, entrò a far parte di una famiglia di ceramisti di Assemini. Il successivo trasferimento nel centro ceramico del Campidano lo portò a inserirsi pienamente nell’ambiente degli stovigliai asseminesi, dove trasmise il mestiere al proprio genero, diventando a sua volta parte di quella catena familiare attraverso la quale, per generazioni, conoscenze e tecniche venivano tramandate.
La vicenda di Collu racconta così una circolazione di saperi artigianali tra Serramanna e Assemini, fatta di spostamenti, matrimoni, apprendistato e trasmissione delle competenze. È la storia di una cultura materiale che non conosceva rigidi confini tra i paesi, ma si alimentava attraverso gli uomini che portavano con sé il proprio mestiere.
Per la storia di Serramanna, Raimondo Collu meriterebbe dunque di essere ricordato non soltanto come un ceramista emigrato ad Assemini, ma come una figura documentata all’interno di un processo più ampio: un anello della trasmissione della cultura figulina del Campidano, capace di collegare la tradizione ceramica del paese natale con quella, più nota, di Assemini. La sua vicenda permette così di rileggere la storia della ceramica campidanese non come il patrimonio esclusivo di un singolo paese, ma come il risultato di una rete di relazioni, conoscenze e tradizioni condivise, nella quale anche Serramanna ebbe un ruolo da riscoprire.
RAIMONDO COLLU (1876-1941)
Raimondo nacque a Serramanna il 22 luglio 1876 da Salvatore (1847), pecoraio e Emerenziana Caddeo.
Fu allevato da una sorella del padre, Rosa Collu, sposata con lo stovigliaio Fedele Palmas del quale fu apprendista sin da ragazzino.
FEDELE PALMAS (Assemini 1846-1932)
Aveva la casa-laboratorio in via Fara; si sposò nel 1873 con Rosa Collu che gli diede tre figlie: Lucia, Rita e Emilia, che si sposerà con Giovanni Andrea Usai nel 1909 e della quale si dice che sapesse lavorare in sa roda. Le donne di casa lo aiutavano in tutte le fasi della preparazione della creta, tranne nella predisposizione de su muntòi alla quale provvedeva il nipote ed allievo Raimondo Collu. Produceva marigas, tuvus, frascus, scivèddas, pentole e tegami.
Si sposò il 7 febbraio 1903 ad Assemini con Teresa Scano (anni 24), figlia dello stovigliaio Ignazio Scano e Cabboi Greca. Vivevano in via San Cristoforo.
La vita della famiglia, nel 1909 venne segnata dalla perdita dei primi tre figli, Greca di anni 5, il 20 marzo, Vincenza il 22 marzo di soli 3 mesi e Filomena di anni 3 (11 maggio).
La coppia ebbe altri 3 figli: Vincenzo (15 marzo 1910), Rosa (26 aprile 1913), Greca (24 settembre 1922).
Raimondo Collu introdusse nella lavorazione dell’argilla una griglia appositamente ideata per eliminare scorie e impurità, migliorando così la qualità dell’impasto destinato alla produzione degli oggetti ceramici.
Anche l’acqua impiegata durante questa fase della lavorazione doveva rispondere a precise esigenze, doveva essere limpida, pulita e appena attinta dal pozzo. Un’acqua non perfettamente pulita avrebbe potuto trasmettere all’argilla cattivi odori, che sarebbero rimasti nel materiale e si sarebbero poi avvertiti nell’acqua contenuta nelle brocche una volta terminata la lavorazione.
Accanto a Collu operavano alcuni aiutanti esterni, Luigi Murtas ed Efisio Carboni, regolarmente retribuiti. Il loro lavoro non era legato a una mansione specifica: intervenivano, secondo le necessità, nelle diverse fasi della produzione, contribuendo alle numerose operazioni che scandivano la giornata nella bottega.
La fase più delicata era quella della cottura nel forno. Le condizioni atmosferiche potevano infatti compromettere il lavoro di molti giorni. In caso di pioggia, prima che il forno fosse completamente caricato e chiuso, gli stovigliai Giovanni Andrea Usai, Fedele Palmas e Luigi Carboni intervenivano per aiutare a completare il carico e a proteggere il forno.
Il loro aiuto poteva rivelarsi fondamentale anche quando un manufatto collocato nella parte inferiore del forno si rompeva. Un cedimento alla base poteva provocare infatti il crollo dell’intero carico, causando la rottura di numerosi pezzi e, con essa, una perdita economica considerevole per il ceramista.
Era un lavoro nel quale abilità manuale, esperienza e collaborazione erano indispensabili. Collu lavorò esclusivamente con il tornio a pedale, strumento che richiedeva una particolare padronanza del gesto e una perfetta coordinazione tra il movimento del piede e quello delle mani.
La sua attività restituisce così l’immagine concreta di una bottega artigiana tradizionale, dove ogni fase della produzione dipendeva dall’esperienza del vasaio, dalla collaborazione degli aiutanti e persino dalle condizioni del tempo.
Produceva màrigas, tuvus, scivèddas, frascus ecc.
La brocca più richiesta era quella con capacita da 10 litri e per le sagre paesane si vendevano bene anche quelle da 20 litri, mentre d’estate erano molto richiesti is frascus e is marigheddas.
Eseguì anche dei vasi per i giardini pubblici di Cagliari.
Fu suo allievo Gaetano Deidda (vedi di seguito il paragrafo a lui dedicato), che divenne suo genero sposando Rosa che portò avanti l’attività.
Il laboratorio dello stovigliaio era solitamente ricavato nel cortile dell’abitazione, costituito da un piccolo ambiente in mattoni crudi, organizzato in modo rudimentale ed essenziale.
All’interno della bottega, generalmente raccolta e funzionale, ogni strumento aveva il proprio posto e ogni gesto rispondeva a una precisa fase della lavorazione. In un angolo si trovava il tornio, sa roda, cuore dell’attività del ceramista. Accanto era sistemato il bancone sul quale l’argilla veniva lavorata energicamente con le mani.
Questa operazione, chiamata ciuexìai, aveva lo scopo di amalgamare la creta, renderla più elastica e soprattutto eliminare le bolle d’aria che avrebbero potuto compromettere il manufatto durante la cottura.
Sul bancone non mancavano gli strumenti indispensabili: il catino con l’acqua, il filo di ferro utilizzato per tagliare l’argilla, una tavoletta, sa tabèdda, per stirarla e modellarla, un contenitore destinato a raccogliere i residui della lavorazione, sa stibidura, e un semplice pezzo di canna o di giunco, impiegato per incidere e tracciare i decori.
I manufatti appena realizzati venivano appoggiati su diversi dischi di legno, is fundus, che ne facilitavano la movimentazione e l’essiccazione. Ma la bottega non era soltanto un luogo di produzione: era contemporaneamente deposito, magazzino e spazio domestico. Vi si conservava sa pai, il cumulo di argilla già preparata per la produzione di is cuccus o dei pani; mentre sull’incannicciato pensile trovavano posto i manufatti destinati all’essiccazione e quelli che dovevano essere sottoposti alla fase di ammanicatura, cundrèxi.
La distinzione tra casa e bottega era, dunque, estremamente labile. Lo spazio domestico diventava spazio di lavoro e l’intero nucleo familiare partecipava, secondo compiti ben definiti, alla produzione.
Il capofamiglia era generalmente impegnato al tornio, mentre la moglie e i figli collaboravano alla preparazione dell’argilla, alla raccolta della legna necessaria per alimentare il forno e alle operazioni di carico e scarico della fornace. La produzione ceramica era così un’attività familiare nel senso più autentico del termine: un sapere tramandato attraverso l’esperienza quotidiana, osservando e ripetendo gesti appresi all’interno della famiglia.
L’apprendistato e il mestiere
La formazione del ceramista iniziava molto presto, quasi sempre sotto la guida del padre. Era un apprendistato lungo e impegnativo, durante il quale il giovane imparava progressivamente a conoscere la materia, a preparare l’argilla, a modellarla, a decorarla e infine a cuocerla.
Il passaggio decisivo arrivava quando l’apprendista era finalmente in grado di affrontare autonomamente il tornio e la fornace. La prova più impegnativa era rappresentata dalla brocca, considerata il manufatto più difficile da realizzare. Riuscire a tornire e cuocere correttamente una brocca significava aver raggiunto una piena padronanza del mestiere.
Il ceramista, a quel punto, non aveva soltanto imparato a modellare l’argilla: conosceva tutte le fasi della produzione e, soprattutto, aveva acquisito quel patrimonio di conoscenze pratiche che non potevano essere trasmesse attraverso i libri, ma soltanto attraverso l’esperienza.
Quando la bottega si spostava
Non sempre era il cliente a raggiungere la bottega. In occasione di commesse particolarmente importanti, soprattutto per la fornitura di pianelle, grondaie e tegole, gli artigiani potevano essere chiamati a lavorare direttamente in un altro paese o persino a Cagliari.
La bottega diventava allora itinerante. Sul posto veniva improvvisato un laboratorio e si costruiva un forno utilizzando mattoni crudi. Qui il ceramista lavorava la creta e provvedeva direttamente alla cottura dei manufatti commissionati.
Una produzione particolare era destinata alle cupole delle chiese di Cagliari e dei centri vicini. Per queste strutture si realizzavano tegole piatte, alcune delle quali venivano smaltate in verde, mentre l’impiego dell’ossido di ferro conferiva alla superficie una caratteristica sfumatura rossastra.
Un mestiere povero, ma indispensabile
Dietro la ricchezza e la varietà della produzione ceramica si nascondeva tuttavia una realtà economica tutt’altro che prospera.
Le condizioni di vita degli stovigliai erano spesso precarie e il solo reddito proveniente dalla bottega raramente era sufficiente a garantire il sostentamento dell’intera famiglia. Il lavoro era inoltre fortemente condizionato dalle stagioni: durante l’inverno, quando le condizioni climatiche rendevano più difficili le operazioni di essiccazione e cottura, la produzione poteva rallentare o fermarsi completamente.
In quei periodi gli artigiani erano costretti a dedicarsi ai lavori più disparati, alla ricerca di quelle entrate supplementari indispensabili per mantenere la famiglia.
L’arte di recuperare ciò che sembrava perduto
In un’economia nella quale nulla doveva essere sprecato, anche il manufatto imperfetto poteva essere recuperato. Gli stessi strexiàius cercavano infatti di rendere nuovamente utilizzabili gli oggetti che presentavano difetti durante la lavorazione.
Tra i compiti affidati alle donne vi era anche quello di impibài, cioè riparare le piccole fratture che potevano comparire quando il manufatto era ancora crudo.
Per questa operazione si tosavano piccoli quantitativi di pelo di agnello o di coniglio oppure si utilizzava della stoppa. I peli venivano sminuzzati con le forbici e amalgamati con argilla morbida, alla quale veniva aggiunta anche una piccola percentuale di galena.
La frattura veniva prima inumidita, così da favorire l’adesione dell’impasto, quindi stuccata con il composto ottenuto. Dopo un breve periodo di asciugatura, il manufatto veniva ingabanzàdu e poteva essere avviato alla cottura.
Anche i contenitori destinati ai liquidi potevano essere recuperati. Quando, a causa di sbalzi di temperatura o di fiammate eccessive, si filavano, cioè si aprivano formando delle crepe, le donne intervenivano nuovamente.
I cocci di terracotta venivano polverizzati e la polvere ottenuta veniva amalgamata con ollu ’e seu, il sego. Con questo impasto si stuccavano le fessure, restituendo al contenitore una certa impermeabilità e impedendo la fuoriuscita dei liquidi.
Quando invece la rottura avveniva dopo la cottura, entrava in azione s’accòncia còssiu, l’artigiano specializzato nelle riparazioni. Attraverso su fusu, o girobacchìnu, praticava piccoli fori lungo la frattura, nei quali venivano inseriti punti metallici in ferro. Era una tecnica semplice, ma efficace, che permetteva di prolungare la vita dell’oggetto.
Le fiere, le feste e il commercio delle stoviglie
La vendita rappresentava l’ultimo anello di una lunga catena produttiva. Le occasioni più importanti erano spesso legate alle feste religiose di Uta, Decimomannu, Serramanna, Villasor, Sestu e di altri centri del Campidano, dove le celebrazioni richiamavano migliaia di fedeli dai paesi vicini.
Le feste diventavano così anche importanti occasioni commerciali. Tra i manufatti più richiesti vi erano le marighèddas, utilizzate per portare a casa l’acqua benedetta attinta dai pozzi situati nei pressi delle chiese. Accanto alle stoviglie per uso domestico trovavano spazio anche piccoli giocattoli destinati alle bambine, come pentoline e casseruole in miniatura.
Lo stovigliame veniva trasportato sui carri e portato nei paesi del circondario, ma la rete commerciale superava largamente i confini locali. Ad Assemini giungevano commercianti provenienti da diverse parti della Sardegna, in particolare dal Campidano, dall’Iglesiente, dalla Trexenta e dal Sarrabus.
Le richieste variavano persino in base alla provenienza dei compratori. I rivenditori della zona di Oristano prediligevano le brocche dai colori più scuri, mentre quelli del Sarrabus cercavano soprattutto manufatti dalle tonalità rossicce. La scelta dei pezzi da destinare alla vendita veniva quindi effettuata anche in funzione dei gusti e delle esigenze dei diversi mercati.
Ai commercianti non si vendevano generalmente i singoli pezzi, ma intere serie, alle quali veniva applicato un prezzo complessivo. Gli asseminesi costituivano una parte della clientela, insieme agli arragatèris, i commercianti che giungevano dai centri vicini con carri trainati da cavalli o asini.
I manufatti venivano caricati su strèiu, nella xèrda, e sistemati con particolare attenzione. Tra un oggetto e l’altro venivano inseriti fieno o paglia, affinché le stoviglie non si urtassero durante il viaggio e arrivassero integre a destinazione.
Per le spedizioni più lontane si utilizzavano invece i vagoni merci, con i quali i prodotti raggiungevano Sassari. Dall’Ogliastra i commercianti arrivavano con i più lenti carri a buoi, affrontando lunghi percorsi per acquistare le ceramiche.
E vi erano anche quelli che arrivavano dal mare. Dai centri di Carloforte e Sant’Antioco, i negozianti raggiungevano il porto di Cagliari con i vaporetti; qui caricavano le stoviglie acquistate dai vasai e ripartivano verso le loro destinazioni.
Era una rete commerciale fatta di botteghe, carri, porti, fiere e feste religiose. Una rete lenta, costruita sulla fiducia e sulla conoscenza del prodotto, attraverso la quale le ceramiche lasciavano le mani del vasaio per entrare nelle case di tutta la Sardegna.
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Gaetano Deidda (Assemini, 1914-1983)
Gaetano Deidda appartiene a quella generazione di ceramisti asseminesi che seppe raccogliere l’eredità della tradizione figulina locale e, allo stesso tempo, introdurre nel mestiere alcune importanti innovazioni.
Fu allievo di Roberto Usai e Raimondo Collu, due figure di riferimento nella formazione dei ceramisti del paese. La sua esperienza nella bottega iniziò quindi nel solco di una tradizione antica, fondata sull’apprendimento diretto, sull’osservazione e sulla ripetizione dei gesti. Prima ancora di compiere vent’anni, Gaetano era già in grado di lavorare autonomamente.
Nel 1937 sposò Rosa Collu, figlia di Raimondo, dalla quale ebbe nove figli: Candido, Giorgio, Alessio, Teresa, Giovanni, Assunta e Adelaide, oltre a due figli morti appena nati.
La bottega diventò così non soltanto il luogo del lavoro, ma anche il centro della vita familiare. Attorno alla produzione della ceramica si organizzavano i ritmi quotidiani di una famiglia numerosa, nella quale le conoscenze del mestiere venivano trasmesse non solo attraverso l’insegnamento del padre, ma anche attraverso le esperienze e i racconti della madre.
Dalla ruota a pedale alla macchina per l’argilla
Un momento importante nella carriera di Gaetano Deidda arrivò nel 1947, quando iniziò a utilizzare il tornio elettrico.
Il suo vecchio tornio a pedale venne modificato dai meccanici Lazzaroni e Popolini, trasformando profondamente il modo di lavorare dell’artigiano. Ma l’innovazione più significativa sarebbe arrivata dalla sua stessa inventiva.
Gaetano ideò infatti una particolare macchina per la lavorazione dell’argilla, ispirata a un’attrezzatura utilizzata per impastare la pasta destinata alla preparazione del pane.
Il principio era semplice, ma estremamente efficace: la creta veniva fatta passare tra due rulli, attraverso i quali l’argilla veniva progressivamente frantumata e impastata.
La macchina fu realizzata a Cagliari dal tornitore meccanico Spinacci.
Il procedimento richiedeva diverse fasi. L’argilla veniva fatta passare una prima volta nell’impastatrice per essere frantumata; successivamente veniva nuovamente lavorata con l’aggiunta dell’acqua. Dopo essere stata lasciata riposare per una notte, veniva sottoposta ad almeno altri tre passaggi attraverso i rulli, regolati ogni volta a una distanza minore.
In questo modo la creta diventava progressivamente più compatta, mentre i grumi e i piccoli sassolini venivano eliminati.
Il lavoro non terminava però con la macchina. L’argilla veniva ancora calpestata con i piedi, secondo un’antica pratica, per eliminare le bolle d’aria e renderla pronta per essere portata al tornio.
Era l’incontro tra la forza della tradizione e l’invenzione dell’artigiano: strumenti nuovi al servizio di un sapere antico.
La produzione della bottega
Gaetano Deidda produceva una vasta gamma di manufatti destinati soprattutto alla vita quotidiana.
Al tornio prendevano forma gli utensili utilizzati per la preparazione e la cottura degli alimenti: pingiàdas, cassaròllas, scivèddas. Accanto a questi venivano realizzati numerosi contenitori per i liquidi, come frascus, stangiàdas, fraschèras e màrigas.
Ogni oggetto nasceva dalla trasformazione di una massa informe di argilla in una forma precisa, attraverso una sequenza di gesti affinati da anni di esperienza.
Tra le produzioni di Gaetano, una caratteristica particolare riguardava proprio le brocche.
Dopo aver completato al tornio la rifinitura di su pei, la base del manufatto, l’artigiano spingeva la spatola leggermente verso l’interno. In questo modo creava un piccolo gradino, un vero e proprio piedino alla base della brocca.
A quel punto il manufatto poteva essere staccato dalla ruota utilizzando un filo d’acciaio.
Questa particolare tecnica lasciava sul fondo della brocca un piccolo bordo, conosciuto come s’azza de su fundu de sa màriga.
Un dettaglio apparentemente minimo, ma capace di distinguere la mano e la tecnica di un artigiano.
L’arte dell’invetriatura
Anche la preparazione dello smalto richiedeva esperienza e conoscenza della materia.
Per l’invetriatura Gaetano preparava una miscela composta da galena, silice e acqua, nella quale aveva precedentemente fatto bollire crusca o farina, la cosiddetta aqua ‘e sceti.
Quest’ultima veniva utilizzata soprattutto durante l’inverno, quando le condizioni climatiche potevano rendere più difficile la lavorazione e l’essiccazione. Serviva a impermeabilizzare is brògnias, che venivano smaltate quando avevano raggiunto la cosiddetta durezza cuoio. Se invece la lavorazione veniva effettuata troppo presto, quando il manufatto era ancora stasonànta, il rischio era che si spaccasse.
Anche il fuoco aveva un ruolo determinante. Sa perda ‘e fogu, la pietra refrattaria utilizzata nella lavorazione, contribuiva a dare brillantezza allo smalto e a favorire la fusione della galena.
La cottura rappresentava quindi il momento decisivo, quello nel quale il lavoro dell’artigiano incontrava il comportamento imprevedibile del fuoco.
Quando la galena non raggiungeva la corretta temperatura di fusione, lo smalto rimaneva opaco. Le scivèddas che presentavano questa caratteristica venivano definite scivèddas drucànas, cioè rustiche.
Un sapere che continua
Tra i numerosi figli di Gaetano e Rosa, soltanto Giovanni avrebbe continuato il mestiere del padre.
Oggi la tradizione familiare prosegue attraverso il suo laboratorio, dove alla produzione ceramica tradizionale si affianca la tecnica del graffito su ingobbio, successivamente ricoperto da una vetrina trasparente.
In questo passaggio generazionale non si conserva soltanto un mestiere. Si conserva un modo di conoscere la materia, fatto di gesti, tempi di lavorazione, conoscenze tramandate e capacità di interpretare l’argilla e il fuoco.
Le memorie di Rosa
Ma la trasmissione del sapere non passava soltanto attraverso il tornio.
Rosa Collu, moglie di Gaetano, aveva ricevuto dal padre stovigliaio le conoscenze legate all’arte figulina e le trasmise ai propri figli insieme a un patrimonio più intimo: quello delle credenze, delle consuetudini e delle tradizioni legate al mestiere della ceramica.
Tra queste, una particolare usanza è stata ricordata dal figlio Candido.
Quando in famiglia si iniziava a utilizzare una brocca nuova, Rosa ordinava a uno dei figli maschi di bere per primo direttamente dal collo del recipiente. Secondo la credenza tramandata dalla madre, se fosse stata una donna a bere per prima, l’acqua contenuta nella brocca avrebbe mantenuto nel tempo un odore e un sapore poco gradevoli.
Era una credenza semplice, apparentemente lontana dalle conoscenze tecniche della ceramica, ma proprio per questo significativa.
Perché dentro una bottega non si tramandava soltanto come si prepara l’argilla, come si tornisce una brocca o come si affronta una cottura. Insieme al mestiere passavano di generazione in generazione anche le parole, i rituali, le paure e le convinzioni che accompagnavano il lavoro quotidiano.
La storia di Gaetano Deidda e il suo legame con Raimondo Collu sono, dunque, anche la storia di una famiglia e di una tradizione che affondano le proprie radici a Serramanna: un filo che, passando di generazione in generazione e da una bottega all’altra, ha unito uomini, saperi e territori.
È la storia di un mestiere antico che, attraverso l’ingegno e la sensibilità degli artigiani, seppe rinnovarsi nel tempo senza mai spezzare il legame con la memoria, con la tradizione e con i luoghi da cui tutto ebbe origine.
E proprio Serramanna rimane il punto di partenza di questo lungo percorso: il luogo in cui un sapere artigiano seppe mettere radici per poi viaggiare, trasformarsi e lasciare la propria impronta nella storia della ceramica del Campidano.
Fonti
- “Ceramiche. Storia, linguaggio e prospettive in Sardegna” – Editore Ilisso (2007)
- “Serramanna insolita – Fatti, curiosità e ricerche…” (Vol. 4) di Paolo Casti – 2015
- Sardegna Imprevista” di Vico Mossa – Ed. CHIARELLA – 1975
- https://www.aboutasseminiandmore.it/cavallucci-sui-tetti/
- https://www.aserramanna.it/2010/07/i-cavallini-in-ceramica-a-serramanna
- https://www.sardegnaartigianato.com/it/artigiano/ceramiche-darte-giovanni-deidda
- https://www.well-made.it/artigiano/giovanni-deidda-ceramisti-assemini-cagliari/














