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San Michele di Searu: storia, memoria e tracce di una chiesa scomparsa

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di Paolo Casti

Un piccolo insediamento medievale, sorgeva lungo una via di collegamento tra Cagliari e la curatoria di Gippi, legato all’Ordine di Altopascio e alla chiesa di San Michele.

La presenza della Villa di Searu (o Serru) è documentata fin dal 1322, quando un censimento del Regno di Cagliari cita una obedientia dell’Ordine di Altopascio chiamata Villa Serru (Searu), Curatorie Ghippi.

Molto probabilmente la struttura era un lazzaretto gestito dai frati del Tau (l’ordine degli Ospitalieri di Altopascio o di San Giacomo).

L’edificio è attestato fin dal 1178, anno di fondazione della chiesa e dell’ospedale di S. Miali de Siaru, che oltre a isolare i malati di peste, garantiva accoglienza e cure mediche ai viaggiatori, protezione dai briganti e la manutenzione di strade e ponti.

Mappa tratta da “Serramanna – Cenni di storia sugli insediamenti e il territorio”
di Giovanni Battista Melis 1983

I religiosi di Altopascio, giunsero in Sardegna anche grazie ai rapporti con il Comune di Pisa, e oltre che garantire assistenza ai viandanti e agli abitanti della zona contribuivano a rendere più praticabile il territorio, intervenendo anche nella regolazione delle acque e nel contrasto alle condizioni malsane della zona, notoriamente paludosa.

Nel 1329 una concessione dell’antipapa Niccolò V (al secolo Pietro Rainalducci o Rinalducci da Corvaro) attribuì formalmente la villa di Searu a un nobile pisano, ma il provvedimento non ebbe seguito, giacché nel 1358, la stessa risultava affidata ad un proprio confratello.

La chiesa di Searu è nuovamente testimoniata nel Capitolo Generale dell’Ordine di Altopascio, celebrato nel giugno 1359, sotto l’autorità del gran Maestro Jacopo Chelli e in quell’occasione fu affidata a frate Giovanni Selvani da Pescia la gestione di diverse istituzioni dell’Ordine, tra cui l’ospedale di Santa Maria di Cea, presso Banari, e la chiesa dei Santi Giacomo e Michele di Searu

[..] item fratrem Johannes Selvani de Piscia licet absentem tam quam praesentem ad regendum hospitalis Sancti Jacobi de Alexandria et hospitalis S. Ugonis de Begulia de Corsica et hospitalis Sancte Marie de Sieve et ecclesiam Sancti Jacobi et Sancti Michelis de Siari de Sardinea et hospitale de Pontremulo et ad locandum cum pleno mandato […].

Il provvedimento testimonia non soltanto la presenza della chiesa nell’organizzazione territoriale di Altopascio, ma anche il suo inserimento in una più ampia rete di ospedali e luoghi di culto amministrati dall’Ordine.

L’incarico conferito al frate Selvani prevedeva infatti la gestione di diverse strutture appartenenti alla provincia sarda e corsa dell’Ordine, evidenziando come Searu costituisse ancora, alla metà del XIV secolo, una sede riconosciuta e amministrativamente attiva.

Peste, carestie, malaria, guerre e rivolte contro gli Aragonesi provocarono un forte spopolamento di molti centri, e anche Searu fu abbandonato. Resistette sicuramente la Chiesa, che come vedremo più avanti è citata in vari testi.

Si sa per certo che nel 1414 la villa risultava ormai abbandonata quando la Curatoria di Gippi fu infeudata a Giovanni Civiller. Non figurava più né tra i centri abitati né tra quelli esentati dai tributi, chiaro segno che il centro abitato di Searu era ormai scomparsa come insediamento stabile, così come Gurgo de Sipollo, Anquesa, Murta, Bagnu di Sipollo, Sipollo Jossu, Mazone, Santa Luxeria e Giba Feurras.

Documenti dell’Archivio Parrocchiale di Serramanna del tardo Settecento continuavano a identificare l’area come bidatzoni de sant Miquell de Siaru.

La documentazione d’archivio lascia intuire come la delimitazione territoriale di Searu fosse tutt’altro che pacifica e fosse anzi, nel tempo, oggetto di periodiche controversie.

La sua collocazione in un’area di confine, in un primo momento tra differenti curatorie medievali e successivamente tra diverse giurisdizioni feudali, tra cui quella della Contea di Serramanna dei Brondo, rendeva infatti necessario definire con precisione l’estensione dei rispettivi diritti territoriali e, in particolare, quelli connessi alla riscossione delle decime spettanti alla parrocchia di San Leonardo.

I limiti territoriali erano pertanto sottoposti a periodiche ricognizioni e verifiche sul posto, spesso compiute a cavallo con lo scopo di mantenere memoria dei confini e prevenire contestazioni e sconfinamenti, soprattutto riguardo il pascolo delle greggi provenienti dalla vicina Sanluri.

Nel 1778, il Reverendo Francesco Ignazio Martis, di anni 40, Vicario della Prebenda Canonicale di San Leonardo di Serramanna, a cui la Chiesa di San Michele di Searus faceva capo, scriveva che la stessa distava da Serramanna “nove miglia più o meno” (quindi 14 km, circa tre ore a piedi).

Dichiarava inoltre che “tutto l’anno resta chiusa. La Comunità, ogni anno nel mese di settembre, nel giorno 29 dedicato al Santo, va a celebrarvi la festa. Necessita di riparazioni, la gente non ha dove ripararsi in caso di temporale, e siccome non possiede legati, non c’è chi provvede al suo decoro”.

Mappa di riferimento dell’ubicazione del sito
https://maps.app.goo.gl/yybmaGQeyLAMgVot6
[Grazie al Prof. Giuseppe Marras e Mauro Casu]

Come si evince dalle carte “Causa Pia di Serramanna, vol. 3, 1673-1735”’ dell’Archivio Arcivescovile di Cagliari, il 9 maggio 1686 si pagarono 7 lire e 4 soldi ai mastri Mauro Felipi e Giovanni Murgia per lavori di sistemazione del porticato. Allo stesso Murgia si pagarono il 2 ottobre 1695 una lira e 5 soldi per lavori nella medesima chiesa, e nel 1698 vennero fatti lavori di manutenzione al porticato.

Vi soggiornava stabilmente un eremitano, addetto alla custodia della chiesa, che traeva il proprio sostentamento da umili lavoretti e dalla questua, esercitata con licenza del Prelato, che gli rilasciava apposito decreto.

Nella chiesa “non c’è una pietra o un’ara consacrata, solo in occasione delle feste o quando si presenta la necessità di celebrarsi qualche messa durante l’anno, la si porta e si colloca nella dovuta forma”.

Pietra o ara consacrata indica generalmente un altare consacrato. L’ara è la pietra sacra dell’altare, sulla quale, secondo la tradizione liturgica cattolica, si celebrava la Messa. Il termine deriva dal latino ara (altare). Quindi non significa necessariamente un altare monumentale: può indicare proprio la lastra sacra inserita nell’altare, che rendeva possibile la celebrazione secondo la disciplina liturgica dell’epoca.

Quando era prevista una celebrazione:

  1. Si trasportava la pietra consacrata nella chiesa rurale;
  2. Si collocava correttamente sull’altare;
  3. Il celebrante poteva dire Messa;
  4. Terminata la funzione, la pietra poteva essere rimossa e riposta in custodia.

La frase «la si porta e si colloca nella dovuta forma» è particolarmente significativa, indica proprio una ara mobile, che doveva essere sistemata sull’altare secondo le prescrizioni liturgiche caratteristiche delle chiese rurali sarde del XVIII secolo.

Poteva essere una lastra di circa 35–45 cm × 25–35 cm con 2–4 cm di spessore, dal peso indicativo 5–10 kg.

Non era dunque una grande lastra che occupava tutto l’altare, ma era una sorta di «mensa sacra portatile». Siamo ovviamente nel campo delle supposizioni, in quanto non ci è arrivata testimonianza diretta.

Possiamo suppore fosse qualcosa di simile a questo:

Il reverendo Martis ci offre, inoltre, un ritratto estremamente vivido delle usanze legate alla festa di San Michele […] disordine si registra nella festa rurale di San Michele, dove la Comunità ha una notte per dedicarsi ai bagordi, giochi e divertimenti, considerando la chiesa come qualunque casa privata, trovandosi la chiesa in campo aperto, e non essendoci altro luogo dove ripararsi, specialmente in caso di maltempo […].

Nell’Ottocento, l’area subì una radicale trasformazione agraria con la nascita del moderno “Stabilimento rurale di San Michele” e del successivo zuccherificio. I lavori di bonifica e le nuove edificazioni agricole finirono per smantellare e coprire definitivamente le ultime pietre affioranti dell’antico avamposto dei Cavalieri del Tau.

Lo troviamo anche nel Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna di Angius e Casalis, dove descrive le antiche pertinenze territoriali e cita i resti di Searu (indicato spesso come Serru) per definire dove terminavano le giurisdizioni storiche. Viene documentata la presenza di tracce di antichi luoghi di culto e insediamenti agricoli medievali che sorgevano in quella fertile ma insalubre pianura.

È significativo, inoltre, il conservarsi nella tradizione linguistica di Sanluri l’espressione “pigai sa bia de Searu”, letteralmente «prendere la via di Searu», utilizzata con il significato figurato di «andare in malora», «finire male», «andare verso la rovina».

Aveva assunto nel linguaggio popolare il significato di andare verso una brutta fine, col riferimento al lazzaretto di Siaru, destinato ad accogliere gli ammalati e, in particolare, quanti erano colpiti da malattie contagiose. Era un luogo separato dall’abitato, verso il quale si veniva condotti quando la malattia non lasciava molte speranze. Per questo, nel sentire comune, “prendere la strada di Siaru” poteva diventare una metafora della rovina, della disgrazia e, in ultima istanza, della morte.

L’espressione potrebbe conservare, nella memoria popolare, il ricordo della sorte toccata all’antico insediamento di Searu, progressivamente abbandonato e scomparso nel corso del Medioevo.

“Sa bia de Siaru”
https://maps.app.goo.gl/AJQXk39voEYtmcvi8
[Grazie al Prof. Giuseppe Marras e Mauro Casu]

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