Meteo: Serramanna | 19.21 °C

Santa Maria di Serramanna: la storia di una chiesa tra il Leni e il Mannu

di Davide Batzella Letto 804 volte0

C’è un luogo della campagna serramannese nel quale la storia del paese sembra essersi fermata.

È Santa Maria.

Oggi la chiesa appare immersa nel verde, lontana dal centro abitato. Ma il paesaggio che vediamo non è quello nel quale la chiesa è nata. Nel corso dei secoli sono cambiati i villaggi, le strade, le coltivazioni e soprattutto i corsi dei fiumi.

La chiesa campestre di Santa Maria di Monserrato, un tempo Santa Maria di Leni, sorge a circa un chilometro e mezzo dal centro abitato, nei pressi dell’antica confluenza tra il Flumini Mannu e il rio Leni. Una posizione che non fu casuale: la presenza dell’acqua e la fertilità della pianura resero questa zona favorevole alla presenza umana fin dall’antichità.

I ritrovamenti archeologici testimoniano infatti una frequentazione del territorio attraverso epoche diverse, dalla civiltà nuragica a quella punica e romana, fino al Medioevo.

Ma anche il paesaggio che circonda oggi la chiesetta è il risultato di trasformazioni avvenute nel tempo. Il corso del Leni è stato modificato, la vegetazione originaria è cambiata e la costruzione della SP106 ha modificato l’accesso alla chiesa. Un tempo Santa Maria era raggiungibile attraverso una strada bianca e un percorso alberato che conduceva direttamente verso la facciata; oggi l’accesso principale avviene invece dalla viabilità moderna, con la chiesetta che viene spesso raggiunta cogliendone prima il retro.

Il restauro dell’edificio, operato in diverse fasi dal 1999 al 2013 dall’architetto Serramannese Lucio Ortu ed effettuato utilizzando materiali e tecniche rispettosi delle specificità della struttura, ha permesso di preservare e valorizzare un luogo sacro che occupa un posto speciale nel cuore di tutti i Serramannesi.

Foto di G. Lasio

La Chiesa, dal 2008, è sottoposta alla tutela della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Sardegna.

Un territorio abitato da millenni

La storia di Santa Maria, dunque, non inizia con la chiesa: il territorio limitrofo è stato frequentato dall’uomo fin da epoche molto antiche. Le testimonianze archeologiche attraversano la preistoria, l’età nuragica, il periodo punico e quello romano.

La pianura del Campidano offriva condizioni favorevoli alla presenza umana: terre fertili, possibilità di coltivazione e disponibilità d’acqua.

Il Leni proveniva dal territorio di Villacidro e attraversava la pianura prima di raggiungere il Flumini Mannu. Per secoli i due corsi d’acqua hanno rappresentato una componente fondamentale del paesaggio serramannese.

La chiesa sorse quindi in un territorio nel quale l’acqua aveva avuto, e avrebbe continuato ad avere, un ruolo fondamentale nella vita delle comunità.

Prima della chiesa

Anche l’area di Santa Maria presenta testimonianze anteriori all’edificio cristiano.

Il luogo era infatti frequentato molto prima della costruzione dell’edificio medievale. La tradizione vuole che nella zona sia stato rinvenuto anche un nuraghe durante gli scavi effettuati sotto la sacrestia della chiesetta campestre.

E nell’Ottocento arrivò una scoperta destinata ad alimentare ulteriormente le domande.

Gli scavi del canonico Antonio Manunta

Nel 1844 il canonico serramannese Antonio Manunta promosse degli scavi nell’area di Santa Maria.

L’iniziativa ebbe anche una finalità sociale: i lavori permisero di impiegare braccianti che in quel periodo dell’anno avevano meno possibilità di lavorare nei campi.

Durante gli scavi vennero trovati vasetti di terracotta ed ex voto, elementi che sembravano indicare una frequentazione cultuale molto più antica della chiesa cristiana.

Manunta interpretò quei ritrovamenti come le tracce di un antico tempio.

La questione rimane affascinante ancora oggi: nell’area esistevano certamente frequentazioni precedenti, ma non abbiamo elementi sufficienti per ricostruire con certezza quale struttura sorgesse esattamente nello stesso punto prima della chiesa medievale.

Foto del 2026

La Sardegna dei Giudicati

Per trovare le prime testimonianze documentarie dobbiamo arrivare al Medioevo.

Serramanna apparteneva alla curatoria di Gippi, nel territorio del Giudicato di Cagliari.

Il paesaggio medievale era molto diverso da quello attuale. Non esisteva ancora un unico centro abitato compatto. La popolazione viveva anche in piccoli insediamenti rurali, le cosiddette ville, distribuiti nelle campagne.

Tra questi compare il nome di Santa Maria. La chiesa, dunque, non era un edificio isolato nel nulla: faceva parte di un territorio abitato, coltivato e organizzato in numerosi piccoli insediamenti.

La Santa Maria di Gippi del 1089

È nel 1089 che compare la testimonianza storica più antica tradizionalmente collegata alla chiesa: in quell’anno il giudice Costantino effettuò una importante donazione ai monaci di San Vittore di Marsiglia. Tra i beni indicati compare Santa Maria di Gippi.

Quella del 1089 viene considerata come la prima attestazione documentaria della chiesa.

Foto del 1926 – G. Concas

Si collocano proprio in questo contesto le origini dell’edificio, ricondotte all’XI secolo. Viene spesso ricordata anche una possibile funzione parrocchiale della chiesa nel periodo giudicale, a servizio del villaggio che le sarebbe sorto intorno.

Santa Maria di Leni

Uno dei nomi più antichi con cui la chiesa è conosciuta è Santa Maria di Leni.

Il nome è legato alla sua vicinanza al rio Leni, che per secoli ha caratterizzato profondamente il paesaggio.

Ed è proprio qui che la storia della chiesa si intreccia con quella dell’acqua.

Il Leni non ha sempre avuto il corso che conosciamo oggi. Il suo alveo è stato modificato nel tempo e, in epoca moderna, l’intero sistema idraulico della pianura è stato sottoposto a interventi di regolazione e canalizzazione.

Santa Maria – Foto di O. Spada

Ancora nel passato recente, tuttavia, il fiume era una presenza quotidiana nella vita dei serramannesi. Prima che l’acqua corrente arrivasse nelle abitazioni, il Leni costituiva una delle risorse alle quali la popolazione ricorreva per approvvigionarsi. Esisteva persino la figura di s’acquaderi, incaricato di trasportare l’acqua verso il paese.

L’acqua che oggi consideriamo un servizio domestico era allora una presenza fisica: bisognava andare a prenderla, trasportarla e conservarla.

Quando il paesaggio cambiò

Il paesaggio nel quale Santa Maria era nata oggi non esiste più. Il Flumini Mannu è stato interessato da opere di sistemazione idraulica e bonifica che hanno modificato profondamente il suo corso e l’intero assetto della pianura; anche il Leni ha subito trasformazioni importanti.

La costruzione della diga di Monte Arbus, nel territorio di Villacidro, ha modificato il regime del rio. I lavori furono avviati negli anni Settanta e l’opera fu ultimata nel 1987.

Quello che oggi vediamo è dunque il risultato di una lunga trasformazione: quando si racconta che Santa Maria si trovava presso la confluenza del Leni e del Mannu, bisogna usare il passato.

La chiesa medievale

L’edificio di Santa Maria viene generalmente ricondotto all’architettura romanica sarda e collocato nell’XI secolo.

La struttura è semplice e allo stesso tempo riconoscibile: una sola navata, priva di abside, con copertura lignea e una facciata essenziale sormontata dal caratteristico campanile a vela.

Ma osservando più attentamente la chiesa si scopre che la sua storia architettonica è più complessa di quanto possa apparire: due contrafforti per lato scandiscono i prospetti laterali in tre parti pressoché uguali. All’interno questi contrafforti diventano ampi archi trasversali, che sostengono la copertura lignea dando alla navata una caratteristica forma a capanna.

Anche la facciata presenta caratteristiche particolari. È parzialmente nascosta dall’ampio porticato, presenta un semplice portale ad arco a tutto sesto e non possiede spioventi né un elemento timpanato. La sua chiusura orizzontale fa risaltare il campanile a vela a una luce, nel quale è collocata una piccola campana, sormontata da una croce in pietra. Sui prospetti laterali si aprono inoltre due semplici portali ad arco a tutto sesto.

Il tetto è costituito da una struttura portante in legname, formata da travi, travicelli e tavolato, ricoperta da tegole in coppi.

Il porticato e la chiesa dell’Ottocento

Uno degli elementi più caratteristici di Santa Maria è il grande porticato che circonda buona parte dell’edificio.

Non appartiene però alla fase medievale della chiesa.

La sua costruzione risale al XIX secolo e, nello stesso periodo, vennero realizzate anche la sacrestia e una stanza destinata al custode. La tecnica costruttiva e i materiali utilizzati — blocchi rozzamente squadrati di trachite di Serrenti — sono infatti analoghi nelle diverse strutture e consentono di ricondurle alla stessa fase costruttiva, datata al 1843.

Il loggiato si presenta frontalmente con tre ampi archi, quello centrale più alto, mentre prosegue lateralmente attraverso pilastri a base quadrata. I pilastri che affiancano il portale principale non sono quindi semplici elementi decorativi: appartengono alla struttura portante del loggiato, che si sviluppa per circa due terzi della lunghezza delle pareti laterali della chiesa.

Il porticato ha finito per diventare parte integrante dell’immagine che tutti associamo a Santa Maria: uno spazio di passaggio, di riparo e, soprattutto nei giorni della festa, di incontro.

Da Santa Maria di Leni a Santa Maria di Montserrat

Con il passaggio della Sardegna sotto il dominio catalano-aragonese, nel XIV secolo, la chiesa viene associata al culto della Madonna di Montserrat e si afferma il nome di Santa Maria di Montserrat.

Foto dell’8 Settembre 2026

Non esiste un documento che permetta di indicare il momento preciso nel quale avvenne il cambiamento di denominazione. È però nel contesto della presenza aragonese e della diffusione della devozione mariana catalana che il nuovo nome si afferma nella tradizione del luogo.

Nel frattempo, anche l’antico insediamento rurale collegato alla chiesa sarebbe progressivamente scomparso.

La chiesa, invece, rimase.

La Festa Manna dell’8 settembre

Se c’è un momento nel quale Santa Maria torna a essere il centro della vita della comunità, è quello della sua festa.

La ricorrenza cade l’8 settembre, giorno della Natività della Beata Vergine Maria, e a Serramanna è conosciuta come Sa Festa Manna.

Le testimonianze raccolte nel tempo restituiscono l’immagine di una festa che coinvolgeva praticamente l’intero paese.

Vico Mossa, nel libro I Cabilli, descrive la grande partecipazione popolare alla festa di settembre e ricorda la campagna di Santa Maria come l’“amena località alla confluenza dei due fiumi”.

La sua descrizione racconta carri e carrozze, pranzi negli agrumeti, grandi pergolati di mirto, balli, bancarelle, giochi e una folla che trasformava per alcuni giorni la campagna in un vero centro della vita serramannese.

Era una festa religiosa, ma anche una grande occasione di incontro.

La processione del 7 settembre

La tradizione principale di settembre è distinta da quella del 1° maggio.

La vigilia della festa, il 7 settembre, il simulacro della Madonna lascia la Chiesa di San Leonardo e viene accompagnato in processione verso Santa Maria.

È una tradizione antica, ricordata anche da Luigi Muscas nel suo Serramanna: scorci di vita paesana. Muscas descrive la partenza del simulacro il 7 settembre e il suo arrivo alla “casetta di campagna”, accompagnato dalla popolazione, dal cocchio trainato dai buoi e dai giovani a cavallo.

Il significato della processione è evidente: per due giorni la Madonna lascia la chiesa del paese e torna simbolicamente nella sua antica casa di campagna.

Anche oggi la tradizione viene mantenuta. Nel programma ufficiale dei festeggiamenti 2026, il 7 settembre la processione parte dalla parrocchia alle 17.30 e raggiunge il Santuario di Santa Maria, dove viene celebrata la Messa.

L’8 settembre, Sa Festa Manna

Il giorno successivo è quello centrale: l’8 settembre è il giorno della festa di Santa Maria.

La chiesa campestre diventa il centro delle celebrazioni religiose, mentre attorno ad essa proseguono gli appuntamenti della festa.

È il momento nel quale la devozione, la memoria e la partecipazione della comunità si incontrano.

Per secoli, generazioni di serramannesi hanno vissuto questo appuntamento tornando nella campagna dove la chiesa sorge.

Il rientro del 9 settembre

Il 9 settembre è invece il giorno del ritorno.

Dopo le celebrazioni a Santa Maria, il simulacro viene accompagnato nuovamente in paese.

La processione ripercorre idealmente il cammino compiuto due giorni prima, riportando la Madonna nella Chiesa di San Leonardo.

Il 7 e il 9 settembre sono quindi due momenti dello stesso viaggio: andata verso Santa Maria e ritorno a Serramanna, con l’8 settembre al centro, come giorno della festa.

La processione mariana del 1° maggio

Esiste anche la processione del 1° maggio in onore della Beata Vergine Maria.

Questa non coincide con la processione della Festa di Santa Maria di settembre.

La tradizione del 1° maggio nacque negli anni Cinquanta, per iniziativa dell’allora sacerdote don Orrù, con l’obiettivo di coinvolgere soprattutto i giovani. La processione partiva dalla Chiesa di San Leonardo e raggiungeva la chiesa campestre di Santa Maria in una sola giornata.

La tradizione si interruppe nel 1990 e venne ripristinata nel 2010, grazie all’iniziativa del parroco don Giuseppe Pes e di un gruppo di giovani volontari.

La distinzione è importante perché entrambe hanno come punto di arrivo o di partenza Santa Maria, ma appartengono a momenti differenti della tradizione religiosa serramannese.

Gli interventi di manutenzione

La storia di Santa Maria non è fatta soltanto di secoli e tradizioni: a un certo punto, anche la sopravvivenza fisica dell’edificio è stata messa seriamente in discussione.

Negli anni Cinquanta la chiesa era stata interessata da un importante intervento finanziato dal Genio Civile. Nel 1955 furono rifatti il tetto e alcune parti del porticato; vennero inoltre realizzate diverse aggiunte sul retro dell’edificio, compresi i locali destinati al custode e i servizi igienici dietro la sacrestia.

Ma gli interventi successivi non impedirono il progressivo degrado.

All’inizio degli anni Novanta la pendenza troppo ridotta del tetto impediva un corretto deflusso dell’acqua piovana. Le infiltrazioni danneggiarono le strutture lignee fino a provocare il crollo quasi totale delle coperture. L’area venne recintata e la copertura puntellata per evitare ulteriori cedimenti.

Nel 1995 venne eseguito un primo intervento di manutenzione straordinaria: il tetto fu completamente rifatto, recuperando le vecchie tegole e aumentando la pendenza per favorire il deflusso delle acque. Furono sostituiti i legnami deteriorati e vennero eliminate le superfetazioni realizzate negli anni Cinquanta sul retro della chiesa.

Il restauro del 1999

Nel 1999 iniziarono i lavori di restauro sulla base del progetto dell’architetto serramannese Lucio Ortu e del perito edile Antonio Gerra, per l’Amministrazione comunale di Serramanna.

L’obiettivo non era semplicemente quello di riparare un edificio danneggiato, ma di recuperare, per quanto possibile, la sua qualità architettonica e i materiali originari.

Gli interventi interessarono il consolidamento delle murature, la rimozione degli intonaci recenti degradati, il recupero delle finiture più antiche, gli intonaci interni, le tinteggiature, le pavimentazioni e il restauro dei portoni più antichi.

Ed è proprio durante questo lavoro che Santa Maria ha restituito una parte importante della propria storia.

Sotto gli intonaci più recenti sono riemerse le antiche murature, realizzate con pietrame di varia pezzatura, in alcuni casi costituito anche da materiali di spoglio, legati con malte di terra. Le superfici originarie erano probabilmente prive di intonaco e presentavano diversi strati di calce.

La tessitura delle murature ha inoltre permesso di distinguere diverse fasi costruttive.

È emersa una parte inferiore più antica e una successiva sopraelevazione di circa 1,20 metri, che potrebbe corrispondere alla riedificazione settecentesca. La differenza è diventata leggibile anche negli archi interni trasversali alla navata, dove agli elementi lapidei più antichi sono stati sovrapposti conci che formano gli archi.

Il recupero non si limitò alla struttura della chiesa: l’area esterna venne ripensata cercando di rispettare la conformazione naturale del terreno. Il vecchio palco in cemento armato fu demolito e sostituito da un sistema di ampi gradoni a prato, contenuti da cigli in pietra e modellati seguendo la pendenza naturale dell’area.

Per migliorare la fruibilità dell’area, utilizzata anche per manifestazioni culturali e sportive, venne realizzato un piccolo edificio in mattoni crudi, i tradizionali ladiri, destinato ai servizi igienici.

Anche le pavimentazioni vennero progressivamente riportate verso l’uso di materiali locali e tradizionali.

Nel 2012 ulteriori lavori interessarono il tetto, con il rifacimento delle parti danneggiate, la pulizia e il fissaggio delle tegole e l’inserimento di una protezione in rame per limitare i danni provocati dall’acqua piovana.

Nel 2013 il percorso di recupero proseguì con nuovi interventi sulle aree esterne, sulla sagrestia e sul sistema di drenaggio delle acque, con l’obiettivo di proteggere le murature dall’umidità di risalita. 

Il restauro di Santa Maria è stato quindi qualcosa di più di un semplice intervento edilizio: è stato un lungo lavoro di lettura, conservazione e restituzione della storia dell’edificio.

Dal restauro al Santuario

Nel Novecento la chiesa attraversò diverse fasi di conservazione e restauro, ma il riconoscimento più importante arrivò alla fine del secolo.

Nel 1999, il vescovo di Cagliari Ottorino Alberti riconobbe Santa Maria di Monserrat come Santuario.

Nel corso del Giubileo del 2000, il luogo divenne anche meta di pellegrinaggio: la piccola chiesa campestre, dopo secoli di storia, continuava così a essere un luogo vivo della comunità.

Una chiesa che ha visto cambiare il paesaggio nel corso dei secoli

Santa Maria è molto più di una chiesa antica, è uno di quei luoghi nei quali la storia di Serramanna sembra essersi depositata lentamente, strato dopo strato.

Zona Santa Maria nel 1927 – Foto di G. Concas

Attorno a questo edificio sono passate comunità antichissime, sono cambiati i poteri e i confini, sono nati e scomparsi villaggi e, soprattutto, è cambiato il paesaggio.

Qui si incontrano le tracce delle popolazioni che abitavano la pianura già in epoche remote, il mondo medievale dei Giudicati e della curatoria di Gippi, la Santa Maria di Gippi ricordata nel documento del 1089 e la vita dei piccoli insediamenti rurali che per secoli hanno caratterizzato questo territorio.

E poi c’è il Leni, presenza costante nella storia di questo luogo e nella vita quotidiana dei serramannesi, fino alle grandi trasformazioni che hanno modificato il corso dei fiumi e l’aspetto della campagna.

In mezzo a tutti questi cambiamenti, però, qualcosa è rimasto, la devozione.

È forse questo il filo più resistente della storia di Santa Maria: una piccola chiesa che ha visto cambiare il paese, scomparire i villaggi, trasformarsi le campagne, mutare il corso dei fiumi, ma che ancora oggi continua a richiamare la comunità nello stesso luogo.

Commenta via Facebook

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato