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Un riformatore a Serramanna: l’opera sociale e civile di Antonio Manunta Crispo

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di Dolores Sedda

Il teologo e canonico Antonio Manunta Crispo è stato una delle figure più luminose, eclettiche e ingiustamente dimenticate del Risorgimento sardo.

Nato ad Osilo il venti aprile 1776 dai coniugi Matteo ed Antonina Crispo e spentosi a Cagliari il ventidue gennaio 1867, dimostrò fin dalla giovinezza una straordinaria e vivacissima curiosità intellettuale. Dopo i primi studi classici e filosofici intrapresi a Sassari, si applicò a molteplici discipline, spaziando dalla medicina alla teologia, dalla fisica alle matematiche, fino all’agronomia e al commercio.

Questa sua apparente volubilità iniziale nascondeva in realtà la spinta di una mente geniale che cercava costantemente strumenti concreti per rinnovare e far progredire la società del suo tempo. Abbracciata la vita ecclesiastica e conseguita la laurea in Teologia all’Università di Sassari nel 1799, si trasferì presto a Cagliari, comprendendo che la sola realtà sassarese era troppo stretta per il suo genio riformatore. Nel corso della sua esistenza operò come sacerdote, pedagogo, agronomo, sperimentatore e mecenate, facendosi carico di funzioni e spese che lo Stato sabaudo dell’epoca, spesso assente o avaro di risorse, non riusciva a garantire a favore dei ceti più deboli.

Il legame tra il canonico Manunta e la comunità di Serramanna fu profondo, duraturo e operoso, nato a seguito dell’assegnazione nei suoi confronti della pingue prebenda canonicale del paese.

A differenza di altri canonici dell’epoca che accumularono grandi ricchezze lasciando patrimoni enormi, Manunta scelse di vivere bene facendo ben vivere gli altri, trasformando Serramanna in un vero laboratorio a cielo aperto per l’innovazione sociale, educativa, agricola e infrastrutturale. Visitava frequentemente il villaggio per conoscerne di persona i bisogni, e notando la mancanza di una progredita educazione cristiana nel popolo, istituì subito una scuola quotidiana di dottrina cristiana.

Seduto il canonico Antonio Manunta.
In piedi il canonico Giovanni Spano.

Per incentivarne la frequenza e promuovere l’emancipazione femminile, promise una dote di ben cento scudi a venticinque spose che fossero uscite da quella scuola ben istruite nella dottrina e nelle faccende domestiche. Per facilitare questi lavori donneschi vi introdusse nuovi telai, conducendo a sue spese un capomastro di tessitura formato nell’ospizio per insegnare al paese il metodo più economico per tessere la lana e il lino.

Quando nel 1823 il re Carlo Felice introdusse l’obbligo dell’istruzione popolare senza stanziare fondi adeguati, Manunta si era già recato a proprie spese a Milano nel 1825 per studiare la moderna Metodica pedagogica del professor Francesco Cherubini, applicandola poi nella scuola locale e fornendo gratuitamente libri, lavagne e cartelloni alfabetici.

In ambito agricolo e civile, sui terreni della prebenda incoraggiò i contadini a superare l’ostinata monocoltura del grano introducendo colture ad alta resa come la patata, il topinambur, il mais, la barbabietola, il cotone e persino sperimentazioni come il riso a secco, ricordate anche dall’abate Vittorio Angius nel suo celebre Dizionario. Manunta coinvolgeva gli studenti direttamente nei campi e sosteneva i braccianti più indigenti donando loro coppie di buoi da lavoro e riducendo i canoni di affitto. Negli anni di fallito raccolto distribuiva il grano della prebenda agli abitanti a prezzo scontato e comprava altro grano da negozianti di Cagliari per sussidiare il fondo mortuario. Si distinse in modo straordinario nell’anno fatale 1847 facendo enormi elemosine, provvedendo pane, legumi, vestiari e medicine per gli ammalati, i cui rendiconti venivano gestiti dal parroco e vicario teologo Antonio Francesco Uda.

Manunta si occupò anche direttamente delle infrastrutture di Serramanna: vedendo che nella stagione invernale lo straripamento del fiume vicino al villaggio interrompeva la comunicazione tra la popolazione e i suoi terreni, donò cento starelli di grano per aiutare la costruzione del ponte e fece realizzare a sue spese un tratto di stradone conducendovi un nipote ingegnere per evitare che la via diventasse impraticabile.

La sua costante attenzione per il territorio è attestata anche dalla lettera autografa redatta a Cagliari l’otto maggio 1839, di cui si riporta la trascrizione integrale e letterale:

Cagliari 8 Maggio 1839.

Previa protesta del suo più distinto rispetto espone il sottoscritto all’Ill.mo Sig.r Conte Pes R. Seg.ro di Stato e di guerra, che nel Marzo dello scorso anno 1838 al R. Delegato di Serramanna si ordinò di avvalorare, colla sua autorità, le operazioni di quella Giunta Stradale tendenti a reprimere le usurpazioni fatte sulle pubbliche strade dalla smodata avidità d’alcuni proprietarj che estesero le siepi di fichi moreschi al di là dell’antico limite.

Il sottoscritto avendo trovato inoperosa quella Deputazione Stradale, perché l’attuale Giudice di mandamento non ha trovato nella Curia l’ordine di cui si parla, prega il prelod.to Sig.r Conte Pes perché si degni rinnovare lo stesso ordine dello scorso anno, tanto più necessario in quanto che si pensa d’aprire una strada carregiabile tra Nuraminis e Serramanna.

Sarebbe altresì a desiderarsi che si desse a quel Giudice l’ordine di fare sgombrare il letto del fiume di Serramanna dalli così detti nassargius, ossia malaugurate peschiere, le quali, impedendo il corso alle acque cogli stecchi e colle pietre, fanno sì che siano o distrutti o cambiati i margini del fiume; danni questi che si temono anche nella presente stagione in cui le acque dello stagno di Sanluri dovranno scaricarsi nel letto dello stesso fiume di Serramanna.

Il Sott.o coglie quest’occasione per ripetere all’Ill.mo Sig.r Conte Pes R. Seg.ro di Stato la protesta del suo più distinto rispetto.

Teol. Manunta Can.co di Serramanna

La lettera originale (P. Casti)

Questo documento conferma la determinazione con cui il canonico si opponeva all’inoperosità delle istituzioni locali sia per sbloccare i lavori della strada verso Nuraminis abusivamente ristretta da privati, sia per eliminare le peschiere abusive nel fiume che minacciavano il paese di alluvioni durante le piene di Sanluri.

Nel 1844, durante un’ennesima crisi d’annata, ideò un cantiere di lavoro finanziando con oltre duecento scudi di tasca propria uno scavo archeologico attorno alla chiesa campestre di Santa Maria di Leni per offrire un salario giornaliero a decine di braccianti disoccupati.

Affianco ai sussidi materiali curò sempre la salute spirituale della comunità organizzando corsi di sacre missioni e provvedendo alla parrocchia eccellenti viceparroci per aiutare il Vicario, tra cui il giovane teologo Giovanni Spano di Ploaghe, nipote dell’omonimo archeologo, sacerdote coltissimo e dai costumi angelici, purtroppo scomparso prematuramente nel Venerdì Santo del 1855 a soli trent’anni tra il dolore generale del paese. La devozione per la villa si confermò infine nelle ultime volontà testamentarie del Manunta, dove lasciò duecentocinquanta lire da distribuire ai poveri di Serramanna e un fondo destinato a co-finanziare la costruzione della strada provinciale di collegamento con Villasor.

In questa instancabile opera fu centrale l’amicizia con il celebre archeologo e canonico Giovanni Spano, suo principale biografo, che raccolse con cura tutte le carte, le ricevute delle beneficenze del parroco Uda e le memorie di Manunta, restituendoci il ritratto di un uomo generoso, illuminato e dall’ingegno vulcanico.

La loro collaborazione si manifestò splendidamente proprio negli scavi di Santa Maria di Leni: fu Manunta a inviare allo Spano i reperti votivi e i fittili riportati alla luce dai braccianti serramannesi, permettendo all’illustre archeologo di chiarire che la struttura trovata sotto la sacrestia non era un nuraghe, come credeva la popolazione, ma un antico santuario punico-romano, suggellando così un connubio esemplare tra carità sociale e ricerca storica.

Alla luce di questa imponente mole di interventi, si può affermare senza esitazione che il canonico Antonio Manunta Crispo abbia contribuito in modo determinante alla crescita, al riscatto e al progresso sociale di Serramanna.

La sua non fu mai una semplice beneficenza di facciata, ma una visione illuminata e moderna di sviluppo rurale e civile. Attraverso l’istruzione dei giovani, la modernizzazione delle colture, la tutela del territorio dalle alluvioni, la spinta verso nuove infrastrutture e l’attenzione costante per gli ultimi, Manunta ha gettato le basi per l’emancipazione economica e culturale della comunità.

Serramanna trova così in questa figura straordinaria non soltanto un titolare di prebenda o un benefattore, ma un vero e proprio padre della sua storia risorgimentale, il cui esempio di dedizione verso il bene comune merita di essere ricordato e custodito come patrimonio vivo dell’intera Sardegna.

Fonte: Fondo Manunta

Si ringrazia Cristiano Cani per la gentile concessioni delle fotografie a corredo di questo articolo.

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